Benvenuti a bordo di questo nuovo episodio del nostro viaggio nella nautica.
Son caduto dalla nave, son caduto
mentre a bordo c’era il ballo,
Onda su onda
il mare mi porterà
alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva…
Cantava Bruno Lauzi negli anni 70, ma se la sua avventura in mare finiva bene, lo avrebbe reso felice, la realtà è molto diversa
Oggi affronteremo un tema che non è per i deboli di cuore, ma che ha sempre affascinato, inquietato e ispirato l’umanità: la sopravvivenza in mare. Naufragi, cadute in acqua, tempeste, isolamento, fame, sete. Cosa succede davvero quando una persona si trova sola, in balia dell’oceano?
Cadere in mare: più comune di quanto si pensi
Cominciamo da una situazione tanto semplice quanto drammatica: una persona cade in mare. Succede più spesso di quanto immaginiamo. Una scivolata su una coperta bagnata, un colpo di boma alla virata, un malore mentre siamo di turno al timone, un groppo improvviso, una distrazione durante le manovre. Anche dai traghetti o dalle grandi navi, talvolta, qualcuno scompare nel blu. E il problema è che una volta caduti, soprattutto se nessuno se ne accorge, il rischio di annegamento o di ipotermia è altissimo.
Il primo nemico è il freddo. In acqua il corpo umano perde calore 25 volte più in fretta che all’aria. In mari temperati si può resistere anche qualche ora, ma in acque fredde del nord, l’ipotermia può arrivare in pochi minuti. Il secondo problema è la visibilità: le onde possono nascondere anche a pochi metri un uomo in acqua. Figuriamoci di notte con mare mosso e col rumore del vento e del motore.
Cause di naufragio: dalla tempesta all’errore umano
Un naufragio non è sempre la conseguenza di un momento drammatico. A volte è un accumulo di errori. Una vela mal gestita, una rotta non aggiornata, una scarsa manutenzione dell’imbarcazione. E poi, certo, ci sono le collisioni – con altre imbarcazioni o con oggetti galleggianti, container alla deriva, balene. Ci sono i problemi strutturali: falle, cedimenti, incendi a bordo.
E infine, ci sono le tempeste, le vere regine del naufragio. Onde alte come palazzi, vento che urla a 60 nodi, pioggia orizzontale. Quando la barca viene rovesciata o perde l’albero, o si traversa prima di rovesciarsi, il rischio di abbandono forzato è reale.
Ma anche quando si riesce a salire su una zattera di salvataggio, i problemi non sono finiti. Sono appena cominciati.
Galleggiare
Bere
Mangiare
Governare o quantomeno sapere dove ci si trova e in che direzione stiamo scarrocciando.
Sopravvivere dopo il naufragio
Cosa si fa quando si è da soli in mare aperto, magari su una zattera? La sopravvivenza diventa una questione di risorse, resistenza fisica e mentale. Le zattere moderne hanno a bordo razioni d’emergenza, coperte isotermiche, razzi di segnalazione, un po’ d’acqua. Ma il vero problema è il tempo.
Ogni giorno che passa aumenta il rischio di disidratazione, ustioni solari, esposizione, infezioni. Il sole, di giorno, cuoce la pelle; la notte, il freddo può far tremare fino all’assideramento. Non c’è riposo, si dorme poco, male, sempre con un occhio sull’orizzonte e l’orecchio teso a ogni suono.
Bere e mangiare in mare
La sete è il primo vero nemico. La disidratazione inizia dopo 24 ore senza acqua. Bere acqua di mare è una tentazione pericolosa: il sale accelera la disidratazione. L’unico modo è raccogliere acqua piovana, o usare eventuali dissalatori manuali. Alcuni naufraghi sono sopravvissuti grazie al sudore raccolto su teli di plastica o ai succhi dei pesci crudi.
Il cibo è un problema secondario nei primi giorni, ma poi arriva la fame. Si può pescare: ami improvvisati con pezzi di metallo, lenze fatte con corde smagliate, esche con pezzi di tessuto o di plastica. Anche gli uccelli marini, se si riesce a catturarli, sono una fonte preziosa di cibo.
Naufragi famosi: storie di resistenza umana
Una delle storie più incredibili è quella di Steven Callahan, naufragato nel 1982 nell’Atlantico. La sua barca affondò dopo pochi giorni di navigazione. Sopravvisse 76 giorni su una zattera, nutrendosi di pesci catturati con arpioni improvvisati, raccogliendo acqua con piccoli dissalatori solari e lottando contro squali, sole, solitudine. Il suo libro “Alla deriva” è un capolavoro di resistenza umana.
Nel gennaio 1978, l’esploratore italiano Ambrogio Fogar salpò a bordo del Surprise, uno sloop di 11 metri, per una traversata dell’Atlantico meridionale in direzione Polo Sud. Con lui viaggiava il giornalista Mauro Mancini, inviato del Corriere della Sera, incaricato di documentare l’impresa. Il 19 gennaio, mentre si trovavano a circa 1.000 miglia dalle coste dell’Argentina, il Surprise venne attaccato da un branco di orche, sì orche inferocite che danneggiarono la barca al punto di causarne l’affondamento. In 4 minuti. Provate a contare, immaginate la scena e ditemi se non vi corre un brivido sulla schiena. Siete a quasi 2000 km dalla costa.
Costretti ad abbandonare l’imbarcazione, i due uomini si rifugiarono su una zattera di salvataggio gonfiabile. Iniziò così una drammatica deriva durata 74 giorni, durante i quali dovettero sopravvivere con pochissime risorse: poca acqua piovana, razioni ridotte, pesci pescati con mezzi di fortuna, esposti al sole e alle intemperie. Persero circa 40 kg ciascuno.
Subirono gravi conseguenze fisiche e psicologiche. Il 10 aprile 1978, furono finalmente soccorsi da una nave greca, la Mastro Stefanos, nei pressi delle isole Tristan da Cunha. Purtroppo, Mauro Mancini morì poche ore dopo il salvataggio, per una polmonite fulminante, a bordo della nave.
Fogar, segnato profondamente dall’esperienza, raccontò la tragedia nel libro La zattera e nel documentario omonimo. Il naufragio divenne un simbolo estremo di resilienza, solidarietà e sopravvivenza.
Ma le storie di naufraghi sono antiche quanto la navigazione. Pensiamo a Robinson Crusoe, il personaggio di Daniel Defoe ispirato alla storia vera del marinaio scozzese Alexander Selkirk, abbandonato su un’isola deserta per quattro anni. O ai marinai dell’Essex, la baleniera attaccata da un capodoglio nel 1820, evento che ispirò Moby Dick. I sopravvissuti si trovarono a navigare per migliaia di miglia su scialuppe, fino a dover ricorrere al cannibalismo per restare in vita.
In tutte queste storie, emerge un elemento cruciale: la mente. Chi sopravvive non è solo il più forte fisicamente, ma chi riesce a mantenere la lucidità. A gestire la paura, la disperazione, la solitudine. A darsi una routine, a organizzare il poco che si possiede. A non cedere all’idea che tutto sia perduto. Per esempio sulla zattera di Fogar e Mancini c’era l’ora del parlare. Obbligatoria un’ora al giorno. Non era certo un capriccio e si rivelò una risorsa preziosa.
Resilienza mentale: la vera ancora di salvezza
Quando si pensa alla sopravvivenza in mare, si immagina il corpo che lotta: braccia che nuotano, mani che stringono una cima, occhi che scrutano l’orizzonte. Ma la verità è che, una volta superato il primo shock fisico, è la mente a decidere chi resiste e chi cede.
Il mare è silenzio, isolamento, ripetizione. È il giorno che brucia la pelle, la notte che non finisce mai, il vento che ulula senza tregua. Il tempo si dilata, si perde il senso della direzione e persino quello dell’identità. Dopo giorni senza contatti umani, si può cominciare a sentirsi invisibili, come se si stesse scomparendo lentamente.
Eppure, proprio in quel vuoto, alcuni trovano risorse insospettate. La resilienza mentale nasce dalla capacità di creare significato anche nella sofferenza. Molti naufraghi raccontano di aver stabilito routine rigide: contare le ore, tenere un diario anche su pezzi di plastica, parlare a un gabbiano come fosse un compagno. Qualcuno pregava. Qualcuno cantava ogni mattina la stessa canzone per non dimenticare la propria voce. Vi ricordate di Wilson? Il pallone trovato da Tom Hanks nel film Cast away? Ecco un esempio paradossale di come non diventare folli e non lasciarsi andare per portare a casa la pelle.
Steven Callahan, che abbiamo citato prima, diceva: “Mi sono diviso in due. C’era una parte di me che soffriva e voleva arrendersi, e un’altra che osservava tutto e pensava: è interessante. Vediamo fin dove possiamo arrivare.”
Questo distacco emotivo consapevole è una tecnica psicologica nota anche in ambiti estremi, come i campi di prigionia o le esplorazioni solitarie. Chi riesce a osservare il proprio dolore con curiosità, a trasformarlo in una storia da raccontare, ha molte più possibilità di sopravvivere.
Un altro aspetto essenziale è l’obiettivo. Anche se lontano, anche se incerto, bisogna crederci. “Resisterò finché non mi trovano.” “Devo tornare da mia figlia.” “Questa storia la scriverò.” Senza uno scopo, si cede.
Infine, la resilienza mentale è anche accettazione: capire che non si può controllare tutto, ma che possiamo controllare la prossima azione, la prossima scelta, anche piccola: legare meglio il telo, cercare ancora acqua, controllare la bussola. È così che si resta vivi, una decisione alla volta.
Prepararsi al peggio: la sopravvivenza comincia prima del naufragio
Sopravvivere in mare non inizia quando si cade in acqua. Inizia prima di salpare.
Affidarsi ad un cantiere qualificato per la manutenzione della barca è la prima azione da fare in modo che non ci siano problemi tecnici.
Ogni marinaio esperto sa che il mare è imprevedibile, e che l’unica vera sicurezza è la preparazione. Anche un piccolo diporto costiero dovrebbe portare a bordo un kit di emergenza, chiamato spesso grab bag: una borsa resistente all’acqua, pronta da afferrare in caso di evacuazione.
Cosa deve contenere?
Acqua potabile: almeno un litro per persona, meglio se in sacche sigillate resistenti.
Cibo ad alta densità calorica, come barrette energetiche o razioni militari sottovuoto.
Specchio di segnalazione, razzi, torce stagne, fischietto, luci chimiche.
Coltellino multifunzione, nastro americano, cordini, lenze e ami.
Coperta isotermica e abiti di ricambio asciutti in sacche sottovuoto.
Farmaci base: antidolorifici, disinfettanti, cerotti, anti-nausea.
Radio VHF portatile con GPS, oppure un EPIRB (Emergency Position Indicating Radio Beacon), fondamentale per farsi localizzare dai soccorsi.
Se possibile, un piccolo dissalatore manuale o bustine di dissalazione chimica.
Oltre al materiale, però, serve conoscenza. Tutto ciò che non sai usare, in emergenza diventa inutile. Ecco perché allenarsi a montare la zattera, usare i razzi, o lanciare un mayday è fondamentale. Anche simulare mentalmente un naufragio può aiutare: chiedersi “Cosa farei se in questo momento entrasse acqua a bordo?” è già un primo passo per salvarsi. Conoscere a menadito la propria imbarcazione può fare la differenza.
Un altro aspetto sottovalutato è l’equipaggiamento personale. Un giubbotto salvagente dotato di luce, fischietto, spray al peperoncino per squali o un coltello da cintura può essere la differenza tra restare a galla e affondare con la barca.
Infine, ricordiamoci che il mare non perdona l’arroganza. Chi lo sfida pensando di avere tutto sotto controllo spesso cade vittima della sua imprevedibilità. Chi invece lo rispetta, chi studia, si prepara, immagina anche gli scenari peggiori, spesso trova la via del ritorno. Umiltà.
Conclusione
Il mare può essere meraviglioso e crudele. La linea tra un’avventura e una tragedia è sottile come una cima tesa. Ma anche nei momenti più bui, l’ingegno, la conoscenza e la forza interiore dell’uomo possono fare miracoli.
In mare, chi sopravvive non è chi combatte contro le onde, ma chi impara a galleggiare con esse.
Grazie per aver navigato con noi in questo episodio. Se vi è piaciuto, condividetelo, lasciate un commento, e come sempre: buona navigazione, ma con rispetto per il mare.
E per la preparazione del vostro yacht, ci siamo noi, siamo i cantieri Navali di Sestri e abbiamo quasi 100 anni di esperienza!