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MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 33 – Bandiera estera: Opportunità o rischio?

Nel mondo dello yachting, una delle domande più frequenti tra armatori, acquirenti e appassionati è questa: conviene immatricolare una barca all’estero?

Una scelta che, negli anni, ha alimentato miti, semplificazioni e – diciamolo – anche qualche errore costoso.

Oggi cerchiamo di fare chiarezza: capire quando ha senso scegliere una bandiera estera, quali sono i vantaggi reali, ma soprattutto quali rischi e criticità non bisogna mai sottovalutare.

E lo facciamo con l’aiuto di un esperto del settore.

CONTESTO

Partiamo da un punto fermo: immatricolare una barca all’estero è perfettamente legale.

Molti registri navali esteri – come quelli di paesi europei o extra UE – offrono procedure più snelle, costi ridotti e, in alcuni casi, una fiscalità più favorevole.

Ma attenzione: non è una scorciatoia universale.

Spesso la scelta della bandiera estera nasce da tre motivazioni principali:

  • semplificazione burocratica 
  • risparmio economico 
  • maggiore flessibilità d’uso, soprattutto nel charter 

Tuttavia, ogni vantaggio ha il suo rovescio della medaglia.

APPROFONDIMENTO

Uno degli aspetti più delicati riguarda la residenza fiscale dell’armatore.

Se il proprietario è residente in Italia, le autorità fiscali italiane continuano ad avere piena competenza, indipendentemente dalla bandiera della barca.

Questo significa che:

  • eventuali vantaggi fiscali possono essere limitati o annullati 
  • è necessario dimostrare la corretta gestione fiscale del bene 
  • si rischiano contestazioni in caso di utilizzo improprio 

E qui entra in gioco un concetto fondamentale: l’uso reale dell’imbarcazione.

Una barca con bandiera estera utilizzata stabilmente in Italia può attirare controlli, soprattutto se emergono incongruenze tra dichiarazioni e utilizzo effettivo.

ACQUISTO DI BARCA CON BANDIERA ESTERA

Se stai acquistando una barca già immatricolata all’estero, ci sono alcuni punti critici da verificare con estrema attenzione:

  • titolarità e provenienza: la catena di proprietà deve essere chiara e documentata 
  • regolarità IVA: è uno dei nodi più delicati 
  • conformità tecnica e certificazioni 
  • eventuali ipoteche o vincoli 

Un errore in questa fase può tradursi in problemi legali o fiscali anche seri.

VENDITA DI BARCA CON BANDIERA ESTERA

Anche in fase di vendita non mancano le complessità.

Una barca con bandiera estera può risultare meno immediata da vendere, soprattutto a un acquirente italiano, per via di:

  • procedure di trasferimento più articolate 
  • necessità di eventuale reimmatricolazione 
  • dubbi sulla posizione fiscale 

Inoltre, eventuali irregolarità pregresse possono emergere proprio durante la trattativa, rallentando o compromettendo la vendita.

LE CONSEGUENZE DA NON SOTTOVALUTARE

Sottovalutare questi aspetti può portare a conseguenze concrete:

  • sanzioni fiscali 
  • accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate 
  • blocchi amministrativi 
  • difficoltà nella rivendita dell’imbarcazione 

In casi estremi, si può arrivare anche a contenziosi lunghi e costosi.

CONCLUSIONE

La verità è che non esiste una risposta valida per tutti.

La bandiera estera può essere una scelta intelligente, ma solo se inserita in una strategia chiara, trasparente e perfettamente in regola.

Il consiglio è sempre lo stesso: evitare il “sentito dire” e affidarsi a professionisti qualificati – consulenti nautici, fiscalisti e legali – prima di prendere qualsiasi decisione.

Perché nel mondo dello yachting, come in mare, la rotta giusta si traccia prima di salpare.

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MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 32 – Accessibilità in barca: Disabilità e navigazione

Il mare è uno spazio aperto. Non ha barriere, non ha confini visibili, non ha gradini. Eppure, per molte persone, arrivarci e viverlo davvero non è così semplice.

Oggi parliamo di accessibilità in barca. Di disabilità e navigazione. Di un tema che non riguarda solo l’inclusione, ma anche il modo in cui pensiamo il mare e chi può viverlo.

Perché andare per mare non dovrebbe essere un privilegio. Dovrebbe essere una possibilità.

Quando immaginiamo una barca, spesso la pensiamo come uno spazio ristretto, tecnico, a volte anche scomodo. Scale ripide, passaggi stretti, superfici instabili. Tutti elementi che, per una persona con disabilità motoria, possono rappresentare ostacoli significativi.

Ma la verità è che la nautica, negli ultimi anni, sta cambiando.

Sempre più cantieri e progettisti stanno lavorando su soluzioni accessibili: passerelle più larghe e stabili, gruette per facilitare l’imbarco, spazi interni ripensati per consentire movimenti più fluidi anche con una sedia a rotelle. I comandi di bordo, in alcune imbarcazioni, sono centralizzati e gestibili con facilità, riducendo la necessità di spostarsi continuamente.

E poi ci sono i progetti dedicati. Barche pensate fin dall’inizio per essere inclusive. Senza compromessi, ma con una visione chiara: il mare è di tutti.

Ma accessibilità non significa solo adattamenti strutturali.

Significa anche competenze, sensibilità, formazione dell’equipaggio.

E qui entrano in gioco le storie.

Una delle realtà più interessanti in Italia è Hansa Sailing Italia, che promuove la vela per persone con disabilità attraverso imbarcazioni progettate appositamente.

Le barche della classe Hansa sono stabili, sicure, e soprattutto pensate per essere condotte anche da chi ha mobilità ridotta. Alcuni modelli permettono di governare completamente la barca con una sola mano, oppure con sistemi joystick.

Ci sono persone che, grazie a queste imbarcazioni, hanno iniziato a navigare in autonomia dopo anni in cui pensavano fosse impossibile. Non solo come passeggeri, ma come veri skipper.

E poi c’è una storia che arriva dal largo, e che ha fatto il giro del mondo.

Quella di Andrea Stella, fondatore del progetto Lo Spirito di Stella.

Dopo un incidente che lo ha reso paraplegico, Andrea ha deciso di tornare in mare. Ma non da solo: ha voluto creare una barca completamente accessibile.

È nato così un catamarano senza barriere, dove ogni spazio è progettato per essere fruibile anche da chi si muove in sedia a rotelle. Niente gradini, percorsi fluidi, postazioni di comando accessibili.

Con questa barca, Andrea Stella ha attraversato oceani, portando a bordo persone con disabilità provenienti da tutto il mondo. Militari feriti, civili, uomini e donne con storie diverse, ma un’esperienza comune: tornare a sentirsi liberi.

E non si tratta solo di navigazione.

Per molti di loro, è la prima volta dopo anni in cui possono muoversi senza ostacoli, partecipare attivamente, sentirsi parte di un equipaggio.

Queste storie ci dicono una cosa importante.

Che il limite, spesso, non è nel mare. È nel modo in cui costruiamo l’accesso al mare.

Pensiamo anche alla disabilità visiva.

In diversi progetti di vela inclusiva, persone non vedenti partecipano attivamente alla conduzione della barca. Il vento si ascolta, le vele si regolano seguendo indicazioni vocali, il timone si gestisce con il supporto dell’equipaggio.

Non è un’esperienza ridotta. È un’esperienza diversa. Più sensoriale, più profonda.

E lo stesso vale per le disabilità uditive: comunicazione visiva, gesti, segnali. La barca diventa un luogo dove si costruiscono nuovi linguaggi.

E poi c’è un aspetto che spesso viene sottovalutato: il valore terapeutico del mare.

La navigazione può avere effetti profondamente positivi sul benessere psicofisico. Riduce lo stress, migliora la concentrazione, stimola la coordinazione e il senso di equilibrio. Per molte persone con disabilità, il mare rappresenta uno spazio di libertà, dove i limiti quotidiani si attenuano.

La vela, in particolare, è uno degli sport più accessibili in assoluto. Può essere adattata a diversi livelli di abilità, permette di lavorare in squadra e sviluppa autonomia e fiducia.

Non è raro vedere equipaggi misti, dove persone con e senza disabilità navigano insieme, senza differenze. O meglio, con differenze che diventano risorse.

E questo ci porta a una riflessione importante.

L’accessibilità non è solo una questione tecnica. È una questione culturale.

È il modo in cui guardiamo agli altri. È la capacità di progettare pensando a tutti, non solo a chi rientra in uno standard.

In barca, questo si traduce in piccoli gesti: lasciare spazio, avere pazienza, comunicare con chiarezza, essere pronti ad adattarsi.

Perché il mare, alla fine, insegna proprio questo.

Che siamo tutti sulla stessa barca.

E che la navigazione è, prima di tutto, collaborazione.

Certo, ci sono ancora molte sfide. Non tutte le imbarcazioni sono accessibili. Non tutti i porti sono attrezzati.

Ma il cambiamento è in corso.

E passa anche da qui. Dal raccontare storie come queste.

Se hai una barca, puoi fare qualcosa. Se lavori nel settore nautico, puoi contribuire a diffondere buone pratiche. Se ami il mare, puoi scegliere esperienze inclusive.

E se hai una disabilità, sappi che il mare può essere anche tuo.

Perché il vento non fa distinzioni. Le onde non chiedono chi sei.

E l’orizzonte è lì, aperto, per tutti.

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MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 31 – Perizie nautiche e vizi occulti: cosa non si vede quando compri una barca

Comprare una barca è un momento speciale. È un sogno che prende forma.

C’è l’odore del mare, l’idea delle prime uscite, delle notti in rada, della libertà.

Ma c’è anche un aspetto meno romantico, che spesso viene sottovalutato. Perché una barca, prima di essere un sogno, è un oggetto tecnico. E come tutti gli oggetti tecnici… può nascondere problemi.

Problemi che non si vedono subito. Problemi che emergono dopo.

E nel mondo della nautica questi problemi hanno un nome preciso: vizi occulti.

Cosa sono i vizi occulti

Un vizio occulto è un difetto che esiste già al momento dell’acquisto… ma che non è visibile.

Non lo vedi salendo a bordo. Non lo percepisci durante una visita veloce. A volte nemmeno durante una prova in mare. E poi, magari dopo qualche settimana… emerge.

Può essere qualcosa di trascurabile. Oppure qualcosa di molto serio.

Parliamo di:

  • infiltrazioni d’acqua nella coperta 
  • problemi strutturali dello scafo 
  • delaminazioni nella vetroresina 
  • impianti elettrici non conformi 
  • motori con difetti interni 
  • riparazioni fatte male… e nascoste bene 

E la cosa più importante da capire è questa:

il vizio occulto non è per forza una truffa. Spesso nemmeno il venditore ne è a conoscenza.

Ma questo non lo rende meno problematico.

Primo esempio reale

Ti faccio un esempio. Una barca a vela di circa 12 metri, apparentemente in ottime condizioni.
Coperta perfetta, interni curati, motore funzionante. Il proprietario decide di venderla.
L’acquirente è interessato, tutto sembra a posto. Viene fatta una perizia.

Durante i controlli con il misuratore di umidità emerge qualcosa di strano sulla coperta, intorno agli attacchi del sartiame. Approfondendo, si scopre che negli anni si sono create micro infiltrazioni.
L’acqua è entrata lentamente nella struttura, senza segni evidenti in superficie.

Risultato? Una parte della coperta in sandwich era compromessa e necessitava di un intervento importante.

Un problema invisibile. Ma economicamente mooolto rilevante. Senza perizia tecnica approfondita… sarebbe emerso dopo l’acquisto.

La figura del perito nautico

Ed è proprio qui che entra in gioco il perito nautico.

Il suo lavoro è vedere quello che non si vede.

Durante una perizia completa vengono controllati:

  • scafo e struttura 
  • coperta 
  • attrezzature 
  • impianti elettrici e idraulici 
  • motori e trasmissioni 
  • sistemi di governo 

E, soprattutto sulla vetroresina, si usano strumenti specifici per individuare:

  • umidità 
  • osmosi 
  • difetti di stratificazione 

È un’analisi tecnica, non estetica.

Secondo esempio reale

Altro caso. Barca a motore, recente. Pochi anni di vita, poche ore di moto. A prima vista: perfetta.

Durante la perizia, però, emergono anomalie nel vano motore. Nulla di evidente all’esterno.
Ma andando più a fondo si scopre che il motore aveva subito un surriscaldamento importante in passato. Il problema era stato risolto… ma non completamente.

C’erano segni di usura interna che, nel tempo, avrebbero portato a un guasto serio.

Anche qui:

  • nessun segnale evidente per un occhio non esperto 
  • nessuna malafede certa 
  • ma un rischio concreto per chi acquistava 

E a questo punto, quando parliamo di vizi occulti, dobbiamo fare un salto di qualità.
Perché non tutti i difetti nascosti sono uguali… e alcuni, in barca, non perdonano.

Abbiamo visto come certi problemi possano rimanere invisibili.
Ma c’è un ambito in cui l’invisibilità diventa davvero pericolosa: il sartiame.

Lì non si scherza. Lì si tiene in piedi l’albero. Parliamo di lande, terminali, impiombature. Componenti che lavorano sotto tensione costante, esposti a fatica, salsedine, micro-movimenti continui. E proprio lì si nasconde uno dei vizi occulti più insidiosi: le cricche nell’acciaio inox.

Microfratture che possono nascere da una saldatura imperfetta, da una lavorazione non ottimale, o dalla cosiddetta corrosione sotto tensione. All’inizio sono invisibili. Poi crescono. Lentamente, senza dare segnali evidenti. 

Una landa può sembrare perfetta fuori… mentre dentro sta già cedendo.
Un terminale può essere lucido, pulito… ma avere i trefoli interni compromessi.

E quando il cedimento arriva, non è progressivo. È improvviso. Disalberare non è un’ipotesi teorica.
È esattamente quello che succede quando uno di questi elementi cede senza preavviso.

Ed è qui che entra in gioco un punto fondamentale, spesso sottovalutato:
non basta “guardare”. Perché l’occhio, da solo, non è uno strumento diagnostico.

Per individuare una cricca servono competenze specifiche. Serve sapere dove cercare, cosa cercare… e soprattutto come. Un perito qualificato non si limita a un controllo visivo.
Utilizza liquidi penetranti per evidenziare microfratture superficiali.
Può ricorrere a controlli a ultrasuoni per analizzare l’interno del materiale.

Sa leggere i segnali deboli: una variazione cromatica, una deformazione minima, un’anomalia nella risposta sotto carico. Ma soprattutto, ha esperienza.
Quella che ti fa dire: “Qui c’è qualcosa che non mi convince”, prima ancora che sia evidente.

E questo fa tutta la differenza.

Perché i vizi occulti, per definizione, sfuggono a chi non è preparato. E spesso anche ai tecnici più bravi. E in ogni caso affidarsi al caso, o all’occhio inesperto, significa accettare un rischio che in mare può diventare molto concreto.

La verità è semplice: certi controlli non sono un costo. Sono un investimento sulla sicurezza.

Perché quando tutto è sotto carico, quando il vento sale e la barca lavora…
l’unica cosa che vuoi è sapere che lì, dentro l’acciaio, non c’è nulla che sta per cedere.

Perché la perizia è così importante

La perizia nautica è uno strumento di tutela.

Serve per:

  • acquistare in modo consapevole 
  • evitare spese impreviste 
  • conoscere il reale valore della barca 
  • prevenire contenziosi 

Perché quando un problema emerge dopo… intervenire costa sempre di più.

E le barche nuove?

Molti pensano che una barca nuova sia una garanzia assoluta. In realtà non sempre è così.

Anche su imbarcazioni appena consegnate possono esserci:

  • errori di assemblaggio 
  • cablaggi non corretti 
  • componenti difettosi 
  • finiture non perfette 
  • anche qui magari cricche sull’inox nuovo dovute a difetti di fusione

Succede. Ed è per questo che sempre più spesso si fanno controlli tecnici anche in fase di consegna.

Perché un difetto preso in tempo… è un problema risolto facilmente. Uno scoperto dopo… può trasformarsi in un costo enorme.

Il punto chiave

C’è una regola semplice: ciò che non si vede è spesso ciò che conta di più.

E in mare, ancora di più. Perché una barca non è solo da guardare. È da vivere. E deve essere affidabile.

La nautica è passione, certo. Ma è anche esperienza, tecnica e attenzione ai dettagli.

E sono proprio questi dettagli che fanno la differenza tra una barca che emoziona… e una barca che dà problemi.

Per questo, nelle fasi più delicate come l’acquisto, la valutazione o un refitting, affidarsi a professionisti è fondamentale. Noi, ai Cantieri Navali di Sestri, lavoriamo da quasi 100 anni su barche di ogni tipo. Le apriamo, le analizziamo, le ricostruiamo.

E sappiamo bene una cosa: ogni barca ha una storia. Ma non sempre è tutta visibile. Il nostro lavoro è proprio questo: andare oltre la superficie.

Perché conoscere davvero una barca… è il primo passo per viverla in sicurezza. E godersi il mare, senza sorprese. 

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MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 30 – Tecnologia e domotica di bordo: AIS e sistemi avanzati di navigazione

Negli ultimi anni la nautica da diporto ha vissuto una trasformazione tecnologica sorprendente. Se fino a qualche decennio fa il navigatore aveva davanti a sé solo bussola, carte nautiche e magari un radar, oggi la plancia di comando di uno yacht assomiglia sempre più alla cabina di pilotaggio di un aereo.

Display multifunzione, sensori, sistemi integrati, connessioni wireless e persino vere e proprie piattaforme di domotica stanno cambiando il modo di vivere e condurre una barca.

La tecnologia oggi non serve solo per navigare meglio. Serve per navigare in modo più sicuro, più efficiente e più consapevole.

Tra i sistemi che hanno rivoluzionato la sicurezza in mare uno dei più importanti è senza dubbio l’AIS, ovvero l’Automatic Identification System.

Si tratta di un sistema che permette alle imbarcazioni di trasmettere e ricevere automaticamente informazioni sulla propria posizione, rotta, velocità e identità.

In pratica ogni barca dotata di AIS diventa visibile agli altri navigatori e alle stazioni costiere. Sui display di bordo appare come un bersaglio identificato: non solo un punto sul radar, ma un’imbarcazione con nome, tipo e movimento.

Questo significa poter prevedere eventuali collisioni con molto anticipo, soprattutto in condizioni di traffico intenso o di scarsa visibilità.

Ma l’AIS è solo uno degli elementi di un ecosistema tecnologico molto più ampio.

Evoluzione dei sistemi di navigazione

Oggi la navigazione è basata su sistemi integrati che combinano:

  • GPS e GNSS satellitari
  • radar ad alta definizione
  • ecoscandagli avanzati
  • autopiloti intelligenti
  • cartografia elettronica
  • sensori meteo
  • iot e app di controllo remoto

Il risultato è quello che nel settore viene definito bridge integrato: un sistema in cui tutte le informazioni convergono su uno o più schermi.

In questo modo lo skipper  può avere in tempo reale una visione completa della situazione:

  • traffico navale
  • profondità
  • ostacoli
  • condizioni meteo
  • assetto della barca
  • consumi e parametri motore

Negli yacht più moderni questi sistemi dialogano tra loro e prendono decisioni assistite.

Per esempio:

l’autopilota può seguire automaticamente una rotta impostata sulla cartografia elettronica, correggendola in base a vento, corrente o traffico.

Oppure il radar può sovrapporre la propria immagine alla cartografia digitale, permettendo di confrontare la posizione reale degli ostacoli.

l’IoT nella nautica e Domotica di bordo

Quando parliamo di elettronica integrata a bordo, oggi entra sempre più spesso in gioco un altro concetto: l’Internet of Things, o IoT.

Il termine fu introdotto nel 1999 dall’ingegnere Kevin Ashton per descrivere l’idea di collegare oggetti fisici alla rete tramite sensori capaci di raccogliere e trasmettere dati. Con il tempo, grazie allo sviluppo del cloud, delle connessioni wireless e di sensori sempre più piccoli ed economici, questa visione è diventata realtà.

Anche la nautica sta entrando in questa dimensione connessa. Le imbarcazioni più moderne integrano reti di sensori che monitorano costantemente parametri come stato dei motori, livelli dei serbatoi, consumi energetici e condizioni ambientali. Tutti questi dati possono essere consultati in tempo reale da display di bordo o anche da remoto tramite applicazioni dedicate.

Un altro aspetto interessante riguarda la manutenzione predittiva: analizzando le informazioni raccolte dai sensori, il sistema può segnalare in anticipo possibili anomalie o componenti vicini alla fine del loro ciclo di utilizzo. In questo modo è possibile intervenire prima che si verifichi un guasto vero e proprio.

In prospettiva, anche i porti stanno evolvendo verso modelli sempre più “smart”, capaci di dialogare con le imbarcazioni per migliorare la gestione degli ormeggi, dei servizi e dell’energia.

In sostanza, l’IoT sta trasformando la barca in una piattaforma connessa: un sistema capace di monitorare se stesso, comunicare con l’esterno e supportare l’equipaggio nelle decisioni.

Un’altra grande rivoluzione riguarda la domotica di bordo.

Sempre più imbarcazioni integrano sistemi digitali che permettono di controllare molte funzioni della barca da un unico pannello o persino da uno smartphone.

Tra queste:

  • illuminazione interna ed esterna
  • climatizzazione
  • generatori
  • batterie e gestione energetica
  • sistemi audio e intrattenimento
  • telecamere di sicurezza
  • passerelle e piattaforme bagno

In pratica la barca diventa una casa galleggiante intelligente.

Questo è particolarmente utile negli yacht di grandi dimensioni, dove il controllo centralizzato semplifica la gestione dell’imbarcazione sia per l’equipaggio sia per l’armatore.

Ma anche nel diporto medio queste tecnologie stanno diventando sempre più diffuse.

Oggi è possibile, ad esempio, controllare lo stato delle batterie o accendere il climatizzatore della barca da remoto, prima ancora di arrivare in marina.

Tecnologia e sicurezza

Naturalmente tutta questa tecnologia ha un obiettivo principale: aumentare la sicurezza in mare.

Sistemi come AIS, radar evoluti, allarmi di fondale e monitoraggio motori permettono di prevenire molte situazioni critiche.

Ma è importante ricordare una cosa fondamentale.

La tecnologia non sostituisce il buon senso e la competenza del navigatore.

Gli strumenti aiutano a prendere decisioni migliori, ma la responsabilità finale resta sempre umana.

Sapere interpretare i dati, conoscere i limiti dei sistemi e mantenere sempre una buona vigilanza visiva restano competenze indispensabili.

Per capire meglio come funzionano queste tecnologie e quanto stanno cambiando la nautica, abbiamo raggiunto al telefono Filippo Lanzavecchia  un tecnico esperto del settore che per i nostri cantieri si occupa proprio di elettronica e sistemi di bordo.

Negli ultimi anni i sistemi di navigazione sono diventati sempre più integrati. Secondo la tua esperienza, qual è la tecnologia che ha cambiato di più il modo di navigare?

Parliamo di AIS: molti diportisti lo considerano ormai indispensabile. Puoi spiegare in modo semplice perché è così importante per la sicurezza?

La domotica di bordo sta entrando sempre più anche nelle barche da diporto medio. Quali sono oggi le funzioni più richieste dagli armatori?
Ringraziamo per la partecipazione alla puntata ma ora chiediamoci:

Quanto può cambiare il modo di navigare quando una barca è in grado di monitorare continuamente se stessa e comunicarci in anticipo eventuali problemi?
Le imbarcazioni sempre più connesse renderanno davvero la navigazione più sicura ed efficiente, oppure rischiamo di dipendere troppo dalla tecnologia?
E soprattutto: in futuro il marinaio dovrà essere sempre più anche un “interprete di dati”, oltre che un uomo o una donna di mare?
In fondo, la tecnologia in barca non serve a sostituire l’esperienza del navigatore, ma ad affiancarla. Sensori, reti e sistemi intelligenti possono aiutarci a capire meglio cosa succede a bordo e attorno a noi. Ma la rotta, quella vera, resta sempre nelle mani di chi è al timone.

Grazie per l’ascolto, questo è il podcast: Mille carene, le pillole di nautica dei Cantieri Navali di Sestri.

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MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 29 – L’EVOLUZIONE DELLE VELE MODERNE

C’è stato un tempo in cui una vela era semplicemente un pezzo di tessuto cucito insieme.
Pesante, spessa, piena di cuciture, con una forma che dipendeva più dal vento che dalla volontà dell’uomo.

Oggi, invece, una vela può essere un’ala semi-rigida alta venti metri, con profilo alare controllato al millimetro elettronicamente , capace di spingere una barca più veloce del vento stesso.

Come siamo arrivati fin qui?

Dalla tela al profilo alare

Per secoli le vele erano in fibre naturali: lino, cotone, canapa. Funzionavano, ma si deformavano. Il vento gonfiava, tirava, allungava. La forma — che in aerodinamica è tutto — era instabile.

Il primo grande salto arriva nel Novecento con i materiali sintetici: prima il Dacron, poi Mylar, Kevlar, carbonio.
Nasce la vela “strutturale”: non più solo tessuto, ma laminato composito.

Negli anni ’80 e ’90 compaiono le vele a pannelli radiali, poi le membrane monolitiche. L’idea è semplice: eliminare le cuciture e costruire la vela seguendo le linee di carico. Le fibre non sono più messe “a caso”: seguono le direzioni degli sforzi.

La vela diventa una struttura ingegneristica.

E quando inizi a ragionare in termini di struttura… il passo verso l’ala è breve.

Più veloci del vento: la logica dei multiscafi moderni

Con l’arrivo dei grandi multiscafi da competizione — catamarani e trimarani — cambia tutto.

Un monoscafo tradizionale è limitato dalla velocità di carena. Un multiscafo leggero, invece, può planare. E quando entri in regime di planata, il limite non è più lo scafo, ma l’aerodinamica.

Nei circuiti come la Coppa America moderna — basti pensare agli AC75 — e in competizioni come il SailGP, si è arrivati alle ali rigide o alle vele a doppia pelle semi-rigide.

Nel SailGP, per esempio, i catamarani F50 utilizzano un’ala composta da due superfici parallele: una struttura in carbonio con flap regolabili.
Non è più una vela: è un’ala di aereo verticale.

Perché questa scelta?

Per tre motivi fondamentali:

  1. Profilo perfettamente controllato
    Una vela tradizionale si deforma. Un’ala mantiene il profilo ideale.
  2. Efficienza aerodinamica superiore
    Con un’ala puoi ottenere un coefficiente di portanza molto più alto.
  3. Regolazione fine del camber
    I flap permettono di cambiare il profilo in tempo reale ad ogni salto di vento o correzione di rotta.

Il risultato?
Barche che navigano stabilmente a due, tre volte la velocità del vento reale. Con vento a 15 nodi, si superano i 40.

Ma questa efficienza ha un prezzo.

Il limite dell’ala rigida

Un’ala rigida è perfetta in un circuito di regata con barche appoggio, gru, tecnici, basi logistiche.

Ma immagina di essere a 2.000 miglia da Capo Horn.

Come ammaini un’ala alta 25 metri?
Dove la stivi?
Come la ripari se si danneggia?

Per chi naviga davvero intorno al mondo — in autonomia, in oceano aperto — la vela deve essere:

Flessibile
Riparabile
Ammainabile rapidamente
Modularmente sostituibile
Ed è qui che entrano in gioco le configurazioni moderne da altura.

Le configurazioni moderne per il giro del mondo

Le barche oceaniche contemporanee — dagli IMOCA 60 ai cruiser performanti — usano configurazioni molto diverse rispetto al passato.

Armo frazionato

Il classico 7/8 o 9/10 ha sostituito l’albero in testa tradizionale.

Perché?

Randa più grande e potente
Fiocchi più piccoli e gestibili
Maggiore controllo della flessione dell’albero
In oceano, ridurre la superficie di prua significa poter cambiare vele più facilmente.

Solent e doppio strallo

Molte barche da altura hanno:

Strallo di prua principale
Strallo interno (solent o trinchetta)
Questo permette di montare una vela più piccola senza ammainare il genoa. Basta rollarlo un po’

Efficienza, sicurezza, rapidità.

Vele di prua avvolgibili e code zero

Il Code 0 è nato da poco ed è un ibrido tra genoa e spinnaker.
Permette di navigare con vento leggero a angoli stretti, specialmente sulle barche larghe moderne.

Oggi quasi tutto è su avvolgitore: anche queste vele asimmetriche.
Questo riduce drasticamente il lavoro dell’equipaggio.

La parola chiave non è solo velocità.
È gestione.

Materiali moderni: rigido ma non troppo

Le vele oceaniche moderne usano membrane in carbonio, aramide, Dyneema.

Sono stabili, ma ancora flessibili.
Possono essere piegate, arrotolate, riparate con toppe adesive strutturali.

Il compromesso è questo:
non l’ala perfetta, ma la miglior efficienza possibile dentro una logica di sopravvivenza.

Parliamo un attimo di numeri.

Perché finché diciamo “più veloci del vento” sembra quasi poesia. Ma in realtà stiamo parlando di forze enormi.

Su un catamarano del circuito SailGP, l’ala può generare diverse tonnellate di carico laterale.
Non chili. Tonnellate.

Quando la barca accelera a 40 nodi, il vento apparente supera spesso i 60.
E la pressione aerodinamica cresce con il quadrato della velocità.

Questo significa che se raddoppi il vento… i carichi non raddoppiano.
Quadruplicano.

Immagina cosa succede alla base dell’albero.

Il punto di attacco dell’ala deve sopportare:

  • Carico di compressione verticale
  • Trazione sugli stralli
  • Momento flettente gigantesco
  • Vibrazioni ad alta frequenza

Su barche come gli AC75 di Coppa America, i carichi sull’albero possono superare le 100 tonnellate di compressione.
Cento tonnellate che cercano di schiacciare lo scafo.

E sotto?
Ci sono solo pochi centimetri di carbonio.

Ogni raffica è una frustata.

Ogni regolazione del flap cambia l’equilibrio aerodinamico.
Se sbagli assetto, la barca non rallenta: decolla… o si rovescia.

Anche sull’altura non si scherza

Potremmo pensare che queste forze siano solo roba da circuito professionale.

Non è così.

Un 60 piedi oceanico, con 30 nodi di vento reale al lasco, può generare tranquillamente carichi di diverse tonnellate sullo strallo di prua.

La scotta del gennaker, sotto carico, può superare le 3-4 tonnellate.
Un winch moderno moltiplica la forza dell’uomo, ma è il materiale che deve reggere.

E quando una vela si strappa in oceano… non è un “crack” leggero.

È un’esplosione. Un boato secco, come uno sparo.

Perché dentro quella vela c’erano tonnellate di tensione distribuite sulle fibre.

Ed è qui che torna il discorso delle vele rigide.

Un’ala rigida è più efficiente perché non si deforma.
Ma proprio per questo trasmette i carichi in modo più diretto, più brutale.

Una vela morbida, invece, ha un piccolo vantaggio:
assorbe.
Respira.
Smorza i picchi.

In oceano, questa capacità di “cedere senza cedere” è vita.

Le vele moderne in membrana sono progettate proprio così: fibre orientate lungo le linee di carico per distribuire la tensione come in un ponte sospeso.

Ogni filo lavora.
Se uno cede, gli altri redistribuiscono.

È ingegneria strutturale pura.

E poi… il vento apparente

Tutta questa evoluzione è legata a un concetto: il vento apparente.

Quando una barca accelera, il vento “percepito” a bordo cambia direzione e intensità.
Le barche moderne navigano quasi sempre di vento apparente, non di vento reale.

E più acceleri, più il vento si sposta in prua.
Per questo le vele moderne sono sempre più piatte, sempre più da bolina.

Il downwind classico, con lo spinnaker gonfio a pallone, è quasi scomparso nelle regate oceaniche moderne.
Si naviga sempre in lasco stretto ad altissima velocità.

Velocità contro viaggio

Se guardiamo questo percorso, vediamo due direzioni:

  • Da una parte la ricerca della massima efficienza aerodinamica, fino all’ala rigida.
  • Dall’altra la necessità di navigare davvero, attraversare oceani, gestire il vento per settimane.

La tecnologia spinge verso il volo. L’oceano ricorda i limiti.

Le ali di SailGP e della Coppa America sono il punto più alto dell’ingegneria velica.
Ma una barca che doppia Capo Horn da sola ha bisogno di qualcosa di diverso.

Ha bisogno di vele che possano essere ammainate di notte, riparate con ago e filo, ridotte in fretta quando il barometro crolla.

E forse è proprio questo il fascino della vela moderna:

Siamo arrivati a volare sull’acqua, più veloci del vento.
Ma quando attraversiamo un oceano, torniamo a una vela che respira, si piega, si adatta.

Tra ala e tela, tra laboratorio e mare aperto,
la vela continua a essere la stessa cosa di sempre:

un modo intelligente di dialogare con il vento.

E mentre là fuori si vola a quaranta nodi sospesi su un filo di carbonio, qui in cantiere torniamo al gesto antico: mani sugli alberi,  occhi sulle linee di carico,  rispetto per il vento…  perché prima di diventare record o spettacolo, ogni avventura a vela nasce ancora così — tra odore di resina, polvere di legno e silenzi pieni di mare.

Siamo i Cantieri Navali di Sestri.

Podcast

MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 28 – Il design nautico: dove l’acqua incontra il progetto

C’è un momento, nel design nautico, in cui il segno tracciato su un foglio smette di essere solo una linea e diventa una promessa. La promessa che quella forma saprà muoversi sull’acqua, resisterle, dialogare con lei. Il design nautico non è mai soltanto estetica: è una disciplina complessa, dove ogni scelta formale ha una conseguenza tecnica, ogni curva racconta una funzione.

Che si tratti di una barca a vela o di un’imbarcazione a motore, il punto di partenza è sempre lo stesso: lo scafo. È lo scafo che determina il comportamento in mare, la stabilità, la velocità, il comfort. È qui che il design smette di essere stile e diventa ingegneria applicata al movimento.

Lo scafo: la firma invisibile del progettista

Nel design nautico la forma dello scafo è una sorta di firma invisibile. A prima vista può sembrare che le differenze tra una barca e l’altra siano minime, ma basta navigare per accorgersi che ogni carena racconta una filosofia.

Le barche a vela, ad esempio, hanno carene moderne che privilegiano sezioni più piatte a poppa, larghezze maggiori e spigoli pronunciati: soluzioni che aumentano la stabilità di forma e permettono alla barca di planare parzialmente quando il vento cresce. È un design che nasce dall’evoluzione delle regate, ma che oggi influenza anche la crociera.

Nel mondo delle barche a motore, invece, il design dello scafo è legato alla velocità e al comfort. Carene a V profonda per affrontare il mare formato, pattini di sostentamento per migliorare l’assetto, studi accurati dei flussi per ridurre la resistenza. Qui il progettista lavora per trovare l’equilibrio tra prestazioni, consumi e sicurezza.

E noi, ai Cantieri Navali di Sestri, abbiamo visto scafi e carene di tutte le forme in decenni di esperienza diretta.

Equilibrio e proporzioni: quando nulla è casuale

Nel design nautico non esiste nulla di decorativo in senso puro. Ogni elemento è il risultato di un equilibrio: tra pesi, volumi, materiali, forze in gioco. Anche ciò che appare come una scelta stilistica – una tuga più filante, una finestratura panoramica, una poppa aperta – risponde a esigenze precise.

Spostare un volume significa spostare un baricentro. Aggiungere una finestra significa modificare una struttura. Aprire una poppa significa ripensare la rigidità dello scafo. Il designer nautico lavora sempre su un filo sottile, dove il progetto deve piacere all’occhio ma soprattutto funzionare in mare, in condizioni ideali come in quelle peggiori.

Il ponte: uno spazio da vivere, non solo da attraversare

Se lo scafo è la parte più tecnica e invisibile del design, il ponte è quella più vissuta. È qui che il progetto incontra l’uomo, il suo modo di muoversi, di lavorare, di rilassarsi.

Nelle barche a vela il ponte è un luogo operativo: winch, rotaie, scotte, manovre. Il design deve garantire sicurezza, ergonomia, fluidità nei movimenti. Negli ultimi anni, però, anche la vela ha abbracciato una nuova idea di comfort, con pozzetti più ampi, doppie timonerie, passavanti più liberi e manovre correnti minimali.

Sulle barche a motore il ponte diventa spesso uno spazio sociale: prendisole, divani, tavoli, piattaforme bagno. Qui il design lavora sul concetto di continuità tra interno ed esterno, cercando di eliminare confini e creare ambienti fluidi, aperti, luminosi.

Interni: il mare entra in barca

Il design degli interni nautici è una sfida continua. Gli spazi sono limitati, le superfici difficili, sono curve, i pesi da controllare. Eppure, oggi, gli interni delle barche non hanno nulla da invidiare a quelli di una casa contemporanea.

Nelle barche a vela il progetto deve fare i conti con l’inclinazione, con il movimento, con la necessità di avere appigli, sedute sicure, spazi funzionali anche con mare formato. Il design diventa quasi invisibile, perché tutto è pensato per essere usato in navigazione.

Nel motore, soprattutto sopra una certa dimensione, il design degli interni può osare di più: grandi volumi, cabine armatoriali, bagni spaziosi, materiali ricercati. Ma anche qui nulla è lasciato al caso: ogni mobile è alleggerito, ogni elemento fissato, ogni materiale scelto per resistere all’ambiente marino.

Materiali e tecnologia: il design che non si vede

Uno degli aspetti più affascinanti del design nautico è quello che non si nota a colpo d’occhio. Sotto le superfici lucide si nasconde un mondo fatto di compositi, resine, fibre, anime strutturali e tecnologie avanzate.

La vetroresina ha rivoluzionato il design nautico permettendo forme più libere, leggere, riproducibili. Il carbonio ha spinto ancora oltre, soprattutto nella vela, consentendo strutture più rigide e performanti. Ma anche materiali tradizionali come il legno continuano a vivere, reinterpretati in chiave moderna.

Il design nautico contemporaneo è sempre più integrato con la tecnologia: sistemi di controllo, automazione, elettronica di bordo. Anche il modo in cui questi elementi vengono nascosti, resi accessibili o integrati fa parte del progetto.

Stile e identità: riconoscere una barca da lontano

Ogni cantiere, ogni progettista, sviluppa nel tempo un proprio linguaggio. Linee tese o morbide, finestrature continue o spezzate, prua verticale o inclinata. Il design nautico è anche identità, riconoscibilità, carattere.

Nel mondo della vela questo linguaggio è spesso più sobrio, quasi silenzioso. Nel motore può diventare più espressivo, più audace. Ma in entrambi i casi, lo stile non è mai fine a sé stesso: è il risultato di una coerenza progettuale.

L’influenza dell’automotive: quando la barca guarda alla strada

Negli ultimi anni il design nautico ha iniziato a guardare sempre più spesso al mondo dell’automotive. Linee tese, spigoli marcati, prese d’aria stilizzate, superfici scure e vetrature aggressive: elementi che nascono per l’asfalto ma che oggi ritroviamo anche sull’acqua. Questa tendenza non è casuale. L’automobile è da sempre un potente riferimento culturale, associato a velocità, potenza, status. Trasferire quel linguaggio sulle barche significa parlare un codice immediatamente riconoscibile, soprattutto ad un pubblico che si avvicina alla nautica senza una profonda cultura marinara.

Le forme aggressive comunicano performance, anche quando la barca non è progettata per correre davvero. Una prua verticale e affilata suggerisce velocità, una finestratura inclinata trasmette dinamismo, una tuga schiacciata verso poppa evoca controllo e muscolarità. È una narrazione visiva che funziona molto bene sul piano commerciale, perché promette emozione prima ancora della navigazione.

Ma il mare, a differenza della strada, non è un ambiente neutro. Le forme troppo esasperate, se non supportate da una reale progettazione idrodinamica, rischiano di essere solo una maschera. Il buon design nautico prende ispirazione dall’automotive solo quando riesce a tradurla, non a copiarla. Perché sull’acqua l’aggressività formale deve sempre fare i conti con stabilità, comfort e sicurezza. E quando questo equilibrio manca, il design smette di essere progetto e diventa semplice travestimento.

Conclusione: progettare per il mare, non contro di lui

Il design nautico è una disciplina che richiede umiltà. Perché il mare non perdona gli errori di progetto. Una barca bella ma mal progettata è una barca che tradisce la sua funzione e la sua promessa estetica.

Progettare una barca significa ascoltare l’acqua, studiarla, rispettarla. Significa accettare che ogni scelta ha un prezzo, e che il vero design non è quello che si nota subito, ma quello che funziona sempre.

E forse è proprio questo il fascino più grande del design nautico: sapere che, dietro ogni linea elegante, c’è una battaglia silenziosa vinta contro il mare.

Continuate a seguirci, queste sono le pillole di nautica dei Cantieri Navali di Sestri.

Podcast

MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 27 – Navigare senza elettronica

Quando il mare si leggeva con gli strumenti, non con gli schermi

INTRODUZIONE

Per secoli l’uomo ha attraversato il mare senza schermi, senza satelliti, senza segnali digitali.
Eppure navigava.
Arrivava a destinazione.
E spesso lo faceva con una precisione che oggi sorprende.

La navigazione tradizionale non è nostalgia, né romanticismo.
È conoscenza.
È metodo.
È la capacità di capire dove ci si trova anche quando tutto il resto smette di funzionare.

In questa puntata parliamo di navigazione senza ausili elettronici: della sua storia, dei suoi strumenti fondamentali e del perché, ancora oggi, un buon skipper dovrebbe saperne fare uso.

LE PRIME BUSSOLE: DARE UN SENSO ALLA DIREZIONE

Per molto tempo il mare è stato navigato seguendo riferimenti naturali: il sole, le stelle, la costa.
Ma il vero punto di svolta arriva con l’introduzione della bussola magnetica, probabilmente tra il XII e il XIII secolo.

La bussola non dice dove sei.
Dice dove stai andando.

Ed è già una rivoluzione enorme.
Per la prima volta l’uomo può mantenere una direzione anche senza vedere terra, anche con cielo coperto, anche di notte.

La bussola diventa il cuore della navigazione:
– permette di mantenere una rotta
– rende possibile la navigazione d’altura
– crea le basi per la cartografia moderna

Ancora oggi, ogni strumento elettronico parte da lì: dal Nord magnetico.

NAVIGARE PER MERIDIANI E PARALLELI

Con la bussola nasce l’esigenza di rappresentare il mondo.
Ed è qui che entrano in gioco meridiani e paralleli.

Navigare per parallelo significa mantenere una latitudine costante.
Navigare per meridiano significa muoversi lungo una longitudine.

Per secoli, la latitudine è stata relativamente semplice da determinare, osservando l’altezza del sole o della stella polare calcolate con un astrolabio nautico o con una balestriglia.
La longitudine, invece, è stata un problema enorme, risolto solo con l’introduzione dei cronometri marini nel Settecento.

Ma già prima, i navigatori imparavano a stimare.
Stimare distanze, tempi, velocità.
Una navigazione fatta di calcolo, esperienza e osservazione continua.

LE PRIME CARTE NAUTICHE

Le prime carte nautiche non erano strumenti perfetti.
Erano approssimative, spesso incomplete.
Ma erano fondamentali.

Le carte portolaniche, nate nel Mediterraneo, mostravano coste, porti e linee di rotta basate sull’uso della bussola.
Non spiegavano il mare.
Lo rendevano leggibile.

Saper leggere una carta significa saper interpretare simboli, profondità, rilievi costieri, pericoli.
E soprattutto significa capire che una carta non è il territorio, ma una sua rappresentazione.

Ancora oggi, una carta cartacea racconta cose che uno schermo spesso nasconde.

Poi arrivò IL SESTANTE: MISURARE IL CIELO PER CAPIRE IL MARE

Il sestante rappresenta uno degli strumenti più affascinanti della navigazione tradizionale.
Con un sestante non si guarda il mare: si guarda il cielo.

Misurando l’angolo tra un astro e l’orizzonte, il navigatore può determinare la propria posizione.
Non con un clic.
Ma con calcolo, tabelle, tempo e attenzione.

Il sestante richiede metodo.
E richiede calma.

È lo strumento che più di ogni altro insegna una cosa fondamentale:
navigare non è sapere tutto subito, ma costruire una risposta passo dopo passo.

LA TRIANGOLAZIONE E IL PUNTO NAVE

Prima del GPS, il punto nave era una conquista, non un dato automatico.

La triangolazione costiera permetteva di determinare la posizione osservando due o più punti noti a terra.
Allineamenti, rilevamenti, intersezioni di rette sulla carta.

Ogni linea tracciata raccontava una scelta.
Ogni errore era visibile.
Ogni correzione insegnava qualcosa.

Tracciare una rotta a mano significa comprendere davvero dove si sta andando e perché.
Non seguire una linea magenta, ma costruirla.

PERCHÉ UN BUON SKIPPER DEVE SAPER FARE A MENO DELL’ELETTRONICA

L’elettronica ha reso la navigazione più accessibile, più precisa, più sicura.
Ma ha anche reso molti navigatori dipendenti.

Un buon skipper non rifiuta la tecnologia.
La domina.

Saper usare strumenti analogici significa:
– non perdere l’orientamento
– saper stimare una posizione
– mantenere il controllo in situazioni critiche
– prendere decisioni consapevoli

La navigazione tradizionale allena la mente prima ancora della mano.

E SE L’ELETTRONICA SMETTESSE DI FUNZIONARE?

È una domanda semplice.
Ed è una domanda reale.

Un guasto elettrico, una batteria scarica, un corto circuito, un fulmine.
All’improvviso lo schermo si spegne.

Chi sa navigare senza elettronica non è perso.
Riduce le informazioni, ma non perde il controllo.

Bussola, carta, orologio, osservazione.
Pochi strumenti, ma fondamentali.

Il mare non cambia.
Cambiano solo i nostri riferimenti.

CONCLUSIONE

La navigazione tradizionale non è un ritorno al passato.
È una competenza che rende più solido il presente.

Sapere tracciare una rotta a mano, ricavare un punto nave, interpretare il cielo e la costa significa essere navigatori, non semplici utenti di strumenti.

Perché la tecnologia può aiutare.
Ma la conoscenza resta.

E quando il mare chiede risposte, non sempre arriva un segnale satellitare.

E poi quando la manutenzione chiama, ci siamo noi, i cantieri navali di Sestri, anche noi siamo navigatori, come te.

Podcast

MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 26 – Il restauro delle barche d’epoca

Quando il mare chiede rispetto, non scorciatoie

Restaurare una barca d’epoca non significa semplicemente rimetterla in acqua.
Significa entrare in una storia che è già cominciata, ascoltarla, comprenderla, e decidere con attenzione cosa salvare e cosa cambiare.

Ogni barca d’epoca è una testimonianza galleggiante: di un progetto, di un’epoca, di una visione del mare che spesso oggi non esiste più.
E il restauro non è mai un’operazione neutra.
È una scelta tecnica, culturale e, in un certo senso, anche etica.

In un’epoca in cui tutto tende a essere veloce, standardizzato e sostituibile, il restauro nautico rappresenta una forma di resistenza: al tempo che consuma, ma anche alla fretta che semplifica.

COSA RENDE DAVVERO “D’EPOCA” UNA BARCA

Una barca d’epoca non è semplicemente una barca vecchia.
Non basta l’anno di costruzione a definirla tale.

Conta il progetto originale, il contesto storico in cui è nata, i materiali utilizzati, le proporzioni, le soluzioni costruttive.
Ogni linea racconta una filosofia di navigazione precisa, spesso lontana dall’ossessione contemporanea per la prestazione pura.

Quando si restaura una barca d’epoca, ci si confronta con tecniche che oggi non si insegnano più, con materiali che richiedono pazienza e con una manualità che non ammette scorciatoie.
È un lavoro che costringe a rallentare, a osservare, a capire prima di intervenire.

Ed è proprio qui che nasce la prima grande distinzione: restauro o trasformazione?

RESTAURO O REFITTING: UNA LINEA SOTTILE

Esiste una differenza profonda tra un restauro conservativo e un refitting spinto.
Nel restauro conservativo l’obiettivo è mantenere l’identità originale della barca, migliorandone sicurezza e affidabilità senza tradirne l’anima.
Nel refitting, invece, spesso si utilizza una barca storica come base per creare qualcosa di completamente diverso.

Il confine è sottile.
A volte basta modificare un dettaglio per alterare l’equilibrio di un progetto nato decenni prima.

Un buon restauro non cerca di stupire.
Non urla attraverso superfici perfette o soluzioni appariscenti.
Lavora in silenzio, rispettando ciò che già funziona e intervenendo solo dove è davvero necessario.

IL RESTAURO COME ATTO DI RESPONSABILITÀ

Restaurare una barca d’epoca significa assumersi una responsabilità precisa.
Ogni intervento è irreversibile.

Una tavola sostituita, una linea modificata, un materiale moderno inserito senza criterio possono cancellare informazioni preziose.
Segni che raccontano come quella barca è stata usata, navigata, vissuta.

A volte una coperta segnata dal tempo racconta più della barca di una coperta rifatta da zero.
Accettarlo richiede maturità, esperienza e una profonda conoscenza del progetto originale.

Il restauro migliore è quello che non si nota immediatamente.
Quello che ti fa pensare che quella barca sia semplicemente “in forma”, senza percepire dove finisce l’originale e dove inizia l’intervento.

GLI ERRORI PIÙ COMUNI NEL RESTAURO NAUTICO

Uno degli errori più frequenti è confondere il concetto di “nuovo” con quello di “migliore”.
Lucidare tutto, rifare tutto, rendere tutto perfetto può essere il modo più rapido per snaturare una barca d’epoca.

Un altro errore comune è l’utilizzo di materiali moderni incompatibili con quelli originali.
Non tutto ciò che è tecnologicamente avanzato è adatto a convivere con strutture nate decenni fa.

Infine, l’errore più grave: ignorare la storia specifica di quella barca.
Ogni unità ha una vita propria.
Restaurarla senza conoscerla significa lavorare alla cieca, perdendo il senso stesso dell’operazione.

LA VOCE DI CHI RESTAURA DAVVERO

Per parlare di restauro autentico, quello fatto sul campo e non sulle brochure, abbiamo raccolto la testimonianza di chi da decenni lavora quotidianamente su barche d’epoca.

Un cantiere che ha attraversato mode, materiali e tecnologie, mantenendo una linea coerente: rispetto del progetto originale, conoscenza profonda dei materiali e consapevolezza del valore storico di ogni intervento.

Qual è stata la barca che, più di tutte, le ha insegnato qualcosa, non solo dal punto di vista tecnico ma anche umano o professionale?
Nel restauro di una barca d’epoca, qual è il confine più difficile da gestire tra il rispetto dell’originale e la necessità di adattarla alla navigazione moderna?
Oggi il rischio maggiore nel restauro nautico è l’improvvisazione o l’eccesso di tecnologia?

CONCLUSIONE

Il restauro delle barche d’epoca non è un lavoro veloce.
Non è economico.
E non è mai uguale a un altro.

È un mestiere fatto di tempo, di ascolto e di rispetto.
Un mestiere che richiede di guardare indietro per poter continuare ad andare per mare.

Perché alcune barche non chiedono di essere cambiate.
Chiedono solo di essere comprese.

E noi, ai cantieri navali di Sestri, le barche le comprendiamo bene, è la nostra materia e la nostra passione da quasi 100 anni.

Podcast

MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 24 – Velocità sul mare: la corsa sull’acqua

C’è un momento, quando la barca accelera, in cui il mare sembra cambiare consistenza.
Lo scafo vibra, l’acqua si trasforma in scia, e noi sentiamo la potenza pura della velocità.
Da sempre l’uomo, anche sul mare, insegue un sogno: andare più veloce del vento, più veloce delle onde, più veloce di se stesso.
Ma cosa significa davvero “velocità” in mare? E come ci siamo arrivati? Dai primi scafi lenti e pesanti ai moderni foiling boats che volano sull’acqua?

I PRIMI PASSI: LA STORIA DELLE CARENE

Le prime barche erano dislocanti: cioè, si muovevano spostando la massa d’acqua che incontravano.
Erano pesanti, lente, ma solide. Navi a vela, barche da pesca, velieri e primi piroscafi: tutto dislocante.
La velocità era limitata da una legge fisica chiamata “velocità critica dello scafo”, legata alla lunghezza della carena.
Più lo scafo era lungo, più poteva andare veloce — ma solo fino a un certo punto.
Per secoli, l’unico modo per “correre” era allungare lo scafo e mettere più vele.

1. I limiti degli scafi dislocanti

Gli scafi dislocanti sono quelli che non planano: spostano la loro stessa massa d’acqua mentre avanzano. La loro velocità massima è quindi limitata dalla lunghezza d’onda che generano durante la navigazione.

In pratica, quando una barca dislocante accelera:

  • a prua si forma un’onda di pressione,
  • a poppa si forma un’onda di risucchio,
  • tra le due onde si crea una “conca” in cui lo scafo siede.

A un certo punto, la lunghezza dell’onda generata diventa uguale (o quasi) alla lunghezza al galleggiamento della barca. In quel momento, la barca si trova “intrappolata” tra la cresta dell’onda di prua e quella di poppa: per superare questa barriera servirebbe (in teoria) una potenza enorme.

Oltre quella velocità, lo scafo non può andare più veloce senza planare — cosa che, per forma e peso, un dislocante non può fare. Anche le modernissime navi da crociera o da trasporto non possono planare.

2. L’onda generata a prua

L’onda di prua è una conseguenza diretta della pressione dell’acqua sullo scafo: man mano che la velocità aumenta, l’acqua deve essere spostata lateralmente e verso l’alto.
Questa onda cresce in ampiezza e si sposta sempre più indietro lungo lo scafo.

A velocità basse, l’onda di prua è piccola e il consumo è contenuto.
Ma avvicinandosi alla velocità critica, l’onda diventa sempre più alta e la barca vorrebbe letteralmente “salire sulla propria onda”, generando un grande aumento di resistenza. Un vero muro insormontabile.

3. Il cavo d’onda laterale

Il cavo d’onda laterale (o “wave train”) è il sistema di onde che si sviluppa ai lati dello scafo, divergendo, con una caratteristica forma a “V”.
Questo fenomeno è visibile osservando da lontano il solco lasciato da una barca in movimento.

Le onde laterali rappresentano una perdita di energia: più grande è l’angolo di questa “V”, maggiore è la potenza dissipata in onde, quindi minore è l’efficienza.
Gli scafi con linee fini a prua e poppa riducono questo effetto, migliorando la penetrazione in acqua.

4. L’utilità dei bulbi di prua

Il bulbo di prua (bow bulb) nasce proprio per ridurre la resistenza d’onda.
È una forma rigonfia sotto la linea di galleggiamento, davanti alla prua, che genera un’onda secondaria in opposizione di fase rispetto a quella principale dello scafo.

In parole semplici:

  • il bulbo crea un’onda propria,
  • questa interferisce con quella di prua,
  • l’interferenza distruttiva riduce l’altezza dell’onda complessiva.

Il risultato è un risparmio di carburante e maggior efficienza a velocità di crociera.
Tuttavia, funziona solo in un certo intervallo di velocità (solitamente quello di progetto): fuori da esso può addirittura aumentare la resistenza.

 5. Il pericolo di “mettere troppa potenza”

Aumentare la potenza su uno scafo dislocante non lo farà planare, ma lo sottoporrà a sforzi enormi:

  • la resistenza aumenta esponenzialmente,
  • il motore lavora fuori rendimento,
  • le vibrazioni e le sollecitazioni sullo scafo e sull’asse dell’elica crescono,
  • si rischiano cedimenti strutturali, disallineamenti, o danni al motore e alla trasmissione. E qui ai Cantieri navali di Sestri rimediamo talvolta anche a questi errori. Troppa potenza, passo dell’elica sbagliato o non adatto alla carena e all’utilizzo, specchi di poppa da rifare.

È un po’ come spingere una barca “contro la sua stessa onda”: il risultato è solo consumo, rumore e stress meccanico, senza guadagni reali di velocità.

Insomma ritornando al discorso delle navi da trasporto, aumentando teoricamente a dismisura la potenza dei motori, la nave si spezzerebbe come un grissino non riuscendo a sopportare una tale pressione dalla poppa senza poterla tradurre in velocità a causa del muro di acqua a prua.

Ma allora non c’è soluzione? Per le navi no, ma per le imbarcazioni, data la ridotta dimensione, una soluzione esiste dai primi del 900.

LA RIVOLUZIONE DELLA PLANATA

Qualcosa cambia.
Le prime barche a motore e a vela erano ancora dislocanti, ma negli anni ’20 e ’30 arrivano le prime carene plananti: leggere, piatte a poppa,  capaci di superare la propria onda di prua. Scavalcarla proprio.
Invece di spingere via l’acqua ai lati dello scafo, cominciano a scivolarci sopra, riducendo la resistenza.
È la nascita della velocità vera in mare.
Dai gommoni agli offshore da competizione, fino ai moderni motoscafi da diporto, tutto ruota attorno a una parola: planata. E la vela non è rimasta a guardare, anzi, è sempre stata all’avanguardia nella ricerca e nell’esasperazione del concetto di planata e leggerezza strutturale.

MATERIALI LEGGERI E TECNOLOGIA

Per andare più veloci servono barche più leggere e resistenti.
Dalla vetroresina agli acciai speciali, fino al carbonio e al kevlar, l’evoluzione dei materiali ha trasformato il modo di costruire scafi e alberi.

Oggi i progettisti parlano di ottimizzazione del peso, centro di gravità e idrodinamica delle superfici come un tempo si parlava di vele e remi.
E le carene si disegnano al computer, si testano in vasca navale, e nascono da algoritmi e simulazioni.

VELE, FORME E FOILS: IL FUTURO CHE È GIÀ PRESENTE

Se la planata è stata la rivoluzione del Novecento, i foils sono quella del nuovo millennio.
Alette immerse che sollevano lo scafo sopra la superficie: meno attrito, più velocità.
Barche che volano letteralmente sull’acqua.
Dalla Coppa America con gli scafi AC75 alle carene di ultima generazione, il concetto è lo stesso: ridurre la resistenza e sfruttare ogni nodo di vento o ogni cavallo del motore.
Ma già negli anni ’70 c’erano esperimenti pionieristici: i primi hydrofoil militari e sportivi.
Oggi la vela e il motore si incontrano nella tecnologia, e il mare diventa laboratorio di innovazione estrema.

I RECORD DI VELOCITÀ (2 min)

La velocità sul mare non è solo tecnica: è anche sfida.
A vela, il record assoluto appartiene alla Vestas Sailrocket 2, che nel 2012 ha toccato i 65,45 nodi, cioè oltre 120 km/h, spinta solo dal vento.
A motore, il primato spetta a Spirit of Australia, che nel 1978 raggiunse i 318 miglia orarie, quasi 511 km/h su acqua.
Numeri impressionanti, ma anche pericolosi: a quelle velocità, ogni onda è una montagna.
Molti piloti e navigatori hanno pagato con la vita il prezzo della velocità.
Eppure la corsa continua.

E a casa nostra?

“Tra i capitoli più spettacolari della corsa alla velocità in mare c’è l’impresa del Destriero. Nell’agosto del 1992 la super-imbarcazione italiana coprì 3.106 miglia nautiche dall’Ambrose Light di New York al faro di Bishop Rock in Inghilterra, in 58 ore, 34 minuti e 50 secondi — una media di 53,09 nodi. Non era una gara di punta, ma una dimostrazione di resistenza e continuità: niente rifornimenti, stessa rotta storica. Quel primato sulla stessa rotta resiste ancora oggi, anche se prima e dopo, altri progetti — da Richard Branson con il Virgin Atlantic Challenger II al Gentry Eagle — hanno abbassato i tempi ma in categorie o rotte diverse.

PERCHÉ L’UOMO VUOLE ANDARE VELOCE

Perché lo fa?
Forse per sfidare il mare, ma anche per capirlo meglio.
Ogni innovazione spinta dalla velocità ha poi trovato posto nella nautica quotidiana: materiali, forme, strumenti, sistemi di controllo.
La velocità, in fondo, è solo una forma estrema di conoscenza.
È la ricerca del limite, ma anche dell’armonia tra macchina, vento e mare.

La prossima volta che aprite la manetta o che stringete la vela al vento, pensateci:
ogni nodo guadagnato è il frutto di secoli di esperimenti, errori e sogni.
Perché sul mare, andare veloce non è solo questione di potenza —
è una questione di libertà.

E noi siamo qui, con i nostri cantieri, per consegnarvi in mano le manette della vostra imbarcazione in piena efficienza per farvi ritrovare, stagione dopo stagione il senso della libertà che solo il mare può regalare.

Siamo i Cantieri navali di Sestri.

Podcast

MILLE CARENE – IL PODCAST DEI CANTIERI NAVALI DI SESTRI – EPISODIO 23 – Naufraghi: sopravvivere al mare

Benvenuti a bordo di questo nuovo episodio del nostro viaggio nella nautica.

Son caduto dalla nave, son caduto
mentre a bordo c’era il ballo,
Onda su onda
il mare mi porterà
alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva…

Cantava Bruno Lauzi negli anni 70, ma se la sua avventura in mare finiva bene, lo avrebbe reso felice, la realtà è molto diversa

Oggi affronteremo un tema che non è per i deboli di cuore, ma che ha sempre affascinato, inquietato e ispirato l’umanità: la sopravvivenza in mare. Naufragi, cadute in acqua, tempeste, isolamento, fame, sete. Cosa succede davvero quando una persona si trova sola, in balia dell’oceano?

Cadere in mare: più comune di quanto si pensi

Cominciamo da una situazione tanto semplice quanto drammatica: una persona cade in mare. Succede più spesso di quanto immaginiamo. Una scivolata su una coperta bagnata, un colpo di boma alla virata, un malore mentre siamo di turno al timone, un groppo improvviso, una distrazione durante le manovre. Anche dai traghetti o dalle grandi navi, talvolta, qualcuno scompare nel blu. E il problema è che una volta caduti, soprattutto se nessuno se ne accorge, il rischio di annegamento o di ipotermia è altissimo.

Il primo nemico è il freddo. In acqua il corpo umano perde calore 25 volte più in fretta che all’aria. In mari temperati si può resistere anche qualche ora, ma in acque fredde del nord, l’ipotermia può arrivare in pochi minuti. Il secondo problema è la visibilità: le onde possono nascondere anche a pochi metri un uomo in acqua. Figuriamoci di notte con mare mosso e col rumore del vento e del motore.

Cause di naufragio: dalla tempesta all’errore umano

Un naufragio non è sempre la conseguenza di un momento drammatico. A volte è un accumulo di errori. Una vela mal gestita, una rotta non aggiornata, una scarsa manutenzione dell’imbarcazione. E poi, certo, ci sono le collisioni – con altre imbarcazioni o con oggetti galleggianti, container alla deriva, balene. Ci sono i problemi strutturali: falle, cedimenti, incendi a bordo.

E infine, ci sono le tempeste, le vere regine del naufragio. Onde alte come palazzi, vento che urla a 60 nodi, pioggia orizzontale. Quando la barca viene rovesciata o perde l’albero, o si traversa prima di rovesciarsi, il rischio di abbandono forzato è reale.

Ma anche quando si riesce a salire su una zattera di salvataggio, i problemi non sono finiti. Sono appena cominciati.

Galleggiare
Bere
Mangiare
Governare o quantomeno sapere dove ci si trova e in che direzione stiamo scarrocciando.

Sopravvivere dopo il naufragio

Cosa si fa quando si è da soli in mare aperto, magari su una zattera? La sopravvivenza diventa una questione di risorse, resistenza fisica e mentale. Le zattere moderne hanno a bordo razioni d’emergenza, coperte isotermiche, razzi di segnalazione, un po’ d’acqua. Ma il vero problema è il tempo.

Ogni giorno che passa aumenta il rischio di disidratazione, ustioni solari, esposizione, infezioni. Il sole, di giorno, cuoce la pelle; la notte, il freddo può far tremare fino all’assideramento. Non c’è riposo, si dorme poco, male, sempre con un occhio sull’orizzonte e l’orecchio teso a ogni suono.

Bere e mangiare in mare

La sete è il primo vero nemico. La disidratazione inizia dopo 24 ore senza acqua. Bere acqua di mare è una tentazione pericolosa: il sale accelera la disidratazione. L’unico modo è raccogliere acqua piovana, o usare eventuali dissalatori manuali. Alcuni naufraghi sono sopravvissuti grazie al sudore raccolto su teli di plastica o ai succhi dei pesci crudi.

Il cibo è un problema secondario nei primi giorni, ma poi arriva la fame. Si può pescare: ami improvvisati con pezzi di metallo, lenze fatte con corde smagliate, esche con pezzi di tessuto o di plastica. Anche gli uccelli marini, se si riesce a catturarli, sono una fonte preziosa di cibo.

Naufragi famosi: storie di resistenza umana

Una delle storie più incredibili è quella di Steven Callahan, naufragato nel 1982 nell’Atlantico. La sua barca affondò dopo pochi giorni di navigazione. Sopravvisse 76 giorni su una zattera, nutrendosi di pesci catturati con arpioni improvvisati, raccogliendo acqua con piccoli dissalatori solari e lottando contro squali, sole, solitudine. Il suo libro “Alla deriva” è un capolavoro di resistenza umana.

Nel gennaio 1978, l’esploratore italiano Ambrogio Fogar salpò a bordo del Surprise, uno sloop di 11 metri, per una traversata dell’Atlantico meridionale in direzione Polo Sud. Con lui viaggiava il giornalista Mauro Mancini, inviato del Corriere della Sera, incaricato di documentare l’impresa. Il 19 gennaio, mentre si trovavano a circa 1.000 miglia dalle coste dell’Argentina, il Surprise venne attaccato da un branco di orche, sì orche inferocite che danneggiarono la barca al punto di causarne l’affondamento. In 4 minuti. Provate a contare, immaginate la scena e ditemi se non vi corre un brivido sulla schiena.  Siete a quasi 2000 km dalla costa.

Costretti ad abbandonare l’imbarcazione, i due uomini si rifugiarono su una zattera di salvataggio gonfiabile. Iniziò così una drammatica deriva durata 74 giorni, durante i quali dovettero sopravvivere con pochissime risorse: poca acqua piovana, razioni ridotte, pesci pescati con mezzi di fortuna, esposti al sole e alle intemperie. Persero circa 40 kg ciascuno.

Subirono gravi conseguenze fisiche e psicologiche. Il 10 aprile 1978, furono finalmente soccorsi da una nave greca, la Mastro Stefanos, nei pressi delle isole Tristan da Cunha. Purtroppo, Mauro Mancini morì poche ore dopo il salvataggio, per una polmonite fulminante, a bordo della nave.

Fogar, segnato profondamente dall’esperienza, raccontò la tragedia nel libro La zattera e nel documentario omonimo. Il naufragio divenne un simbolo estremo di resilienza, solidarietà e sopravvivenza.

Ma le storie di naufraghi sono antiche quanto la navigazione. Pensiamo a Robinson Crusoe, il personaggio di Daniel Defoe ispirato alla storia vera del marinaio scozzese Alexander Selkirk, abbandonato su un’isola deserta per quattro anni. O ai marinai dell’Essex, la baleniera attaccata da un capodoglio nel 1820, evento che ispirò Moby Dick. I sopravvissuti si trovarono a navigare per migliaia di miglia su scialuppe, fino a dover ricorrere al cannibalismo per restare in vita.

In tutte queste storie, emerge un elemento cruciale: la mente. Chi sopravvive non è solo il più forte fisicamente, ma chi riesce a mantenere la lucidità. A gestire la paura, la disperazione, la solitudine. A darsi una routine, a organizzare il poco che si possiede. A non cedere all’idea che tutto sia perduto. Per esempio sulla zattera di Fogar e Mancini c’era l’ora del parlare. Obbligatoria un’ora al giorno. Non era certo un capriccio e si rivelò una risorsa preziosa.

Resilienza mentale: la vera ancora di salvezza

Quando si pensa alla sopravvivenza in mare, si immagina il corpo che lotta: braccia che nuotano, mani che stringono una cima, occhi che scrutano l’orizzonte. Ma la verità è che, una volta superato il primo shock fisico, è la mente a decidere chi resiste e chi cede.

Il mare è silenzio, isolamento, ripetizione. È il giorno che brucia la pelle, la notte che non finisce mai, il vento che ulula senza tregua. Il tempo si dilata, si perde il senso della direzione e persino quello dell’identità. Dopo giorni senza contatti umani, si può cominciare a sentirsi invisibili, come se si stesse scomparendo lentamente.

Eppure, proprio in quel vuoto, alcuni trovano risorse insospettate. La resilienza mentale nasce dalla capacità di creare significato anche nella sofferenza. Molti naufraghi raccontano di aver stabilito routine rigide: contare le ore, tenere un diario anche su pezzi di plastica, parlare a un gabbiano come fosse un compagno. Qualcuno pregava. Qualcuno cantava ogni mattina la stessa canzone per non dimenticare la propria voce. Vi ricordate di Wilson? Il pallone trovato da Tom Hanks nel film Cast away? Ecco un esempio paradossale di come non diventare folli e non lasciarsi andare per portare a casa la pelle.

Steven Callahan, che abbiamo citato prima, diceva: “Mi sono diviso in due. C’era una parte di me che soffriva e voleva arrendersi, e un’altra che osservava tutto e pensava: è interessante. Vediamo fin dove possiamo arrivare.”

Questo distacco emotivo consapevole è una tecnica psicologica nota anche in ambiti estremi, come i campi di prigionia o le esplorazioni solitarie. Chi riesce a osservare il proprio dolore con curiosità, a trasformarlo in una storia da raccontare, ha molte più possibilità di sopravvivere.

Un altro aspetto essenziale è l’obiettivo. Anche se lontano, anche se incerto, bisogna crederci. “Resisterò finché non mi trovano.” “Devo tornare da mia figlia.” “Questa storia la scriverò.” Senza uno scopo, si cede.

Infine, la resilienza mentale è anche accettazione: capire che non si può controllare tutto, ma che possiamo controllare la prossima azione, la prossima scelta, anche piccola: legare meglio il telo, cercare ancora acqua, controllare la bussola. È così che si resta vivi, una decisione alla volta.

Prepararsi al peggio: la sopravvivenza comincia prima del naufragio

Sopravvivere in mare non inizia quando si cade in acqua. Inizia prima di salpare.

Affidarsi ad un cantiere qualificato per la manutenzione della barca è la prima azione da fare in modo che non ci siano problemi tecnici.

Ogni marinaio esperto sa che il mare è imprevedibile, e che l’unica vera sicurezza è la preparazione. Anche un piccolo diporto costiero dovrebbe portare a bordo un kit di emergenza, chiamato spesso grab bag: una borsa resistente all’acqua, pronta da afferrare in caso di evacuazione.

Cosa deve contenere?

Acqua potabile: almeno un litro per persona, meglio se in sacche sigillate resistenti.
Cibo ad alta densità calorica, come barrette energetiche o razioni militari sottovuoto.
Specchio di segnalazione, razzi, torce stagne, fischietto, luci chimiche.
Coltellino multifunzione, nastro americano, cordini, lenze e ami.
Coperta isotermica e abiti di ricambio asciutti in sacche sottovuoto.
Farmaci base: antidolorifici, disinfettanti, cerotti, anti-nausea.
Radio VHF portatile con GPS, oppure un EPIRB (Emergency Position Indicating Radio Beacon), fondamentale per farsi localizzare dai soccorsi.
Se possibile, un piccolo dissalatore manuale o bustine di dissalazione chimica.
Oltre al materiale, però, serve conoscenza. Tutto ciò che non sai usare, in emergenza diventa inutile. Ecco perché allenarsi a montare la zattera, usare i razzi, o lanciare un mayday è fondamentale. Anche simulare mentalmente un naufragio può aiutare: chiedersi “Cosa farei se in questo momento entrasse acqua a bordo?” è già un primo passo per salvarsi. Conoscere a menadito la propria imbarcazione può fare la differenza.

Un altro aspetto sottovalutato è l’equipaggiamento personale. Un giubbotto salvagente dotato di luce, fischietto, spray al peperoncino per squali o un coltello da cintura può essere la differenza tra restare a galla e affondare con la barca.

Infine, ricordiamoci che il mare non perdona l’arroganza. Chi lo sfida pensando di avere tutto sotto controllo spesso cade vittima della sua imprevedibilità. Chi invece lo rispetta, chi studia, si prepara, immagina anche gli scenari peggiori, spesso trova la via del ritorno. Umiltà.

Conclusione

Il mare può essere meraviglioso e crudele. La linea tra un’avventura e una tragedia è sottile come una cima tesa. Ma anche nei momenti più bui, l’ingegno, la conoscenza e la forza interiore dell’uomo possono fare miracoli.

In mare, chi sopravvive non è chi combatte contro le onde, ma chi impara a galleggiare con esse.

Grazie per aver navigato con noi in questo episodio. Se vi è piaciuto, condividetelo, lasciate un commento, e come sempre: buona navigazione, ma con rispetto per il mare.

E per la preparazione del vostro yacht, ci siamo noi, siamo i cantieri Navali di Sestri e abbiamo quasi 100 anni di esperienza!