Mille Carene – Il Podcast dei Cantieri Navali di Sestri – Episodio 8 – Estate dolorosa
Iniziata l’estate e le nostre vacanze, torna il tema tanto odiato, quello delle punture degli animali marini.
È vero che in barca non ci sono zanzare per fortuna ma alle volte è molto meglio avere a che fare con loro piuttosto che con gli animali marini, alcuni dei quali hanno un veleno molto doloroso.
Vediamo di seguito i più comuni nei nostri mari. Come sempre vi ricordo che questo non è un trattato medico e le informazioni fornite sono prese dalla rete o da esperienze personali.
Il più comune animale da evitare è il riccio.
Il riccio di mare è un echinoderma comunissimo dei nostri mari a qualsiasi profondità, dai pochi centimetri ai 40 metri, ed è un vorace divoratore di posidonia, la bruca proprio come una mucca … ed è quindi molto prezioso per l’equilibrio dell’habitat marino. Proprio per questo motivo in molte zone la sua pesca è protetta e regolamentata rigidamente.
Una falsa credenza recita che se ne mangi solo l’individuo femmina ma in effetti non è così. Si crede infatti che la polpa arancione che per alcuni è una prelibatezza, siano le uova e invece sono le gonadi, che per alcune specie, sono più grosse.
Molto comune nei nostri mari di diverse colorazioni dal nero al viola al marroncino al verde, con aculei più o meno lunghi. È un animale schivo e passivo nel senso che non attacca nessuno, se ne sta tranquillo ancorato allo scoglio (alcune colonie ne contano migliaia). Il problema unico per l’uomo è che talvolta si mimetizza con alghe, posidonia o con i colori della roccia e lo si calpesta involontariamente. Purtroppo capita anche che gli incivili che se li mangiano, buttino i gusci vuoti in mare senza accertarsi dove finiscano o peggio, li lasciano in spiaggia.
Li si può trovare (residui) anche sul bagnasciuga sempre per colpa di chi li getta morti in mare. Metterci un piede sopra è un attimo.
Il dolore è molto intenso ma per fortuna, a meno di allergie, non è così grave, solo che gli aculei sono molto fragili, quasi vetrosi e si sbriciolano rimanendo conficcati sottopelle. Per i bambini è più comune e doloroso visto che si muovono di più, sono più distratti e hanno una pelle molto tenera anche sotto i piedi.
La prima cosa da fare come detto è rimuovere i frammenti di aculeo sottopelle che appaiono come puntini neri.
Per compiere l’operazione è necessario ammorbidire il derma, immergendo il piede in acqua calda e sale o acqua e bicarbonato per 15/20 minuti, oppure ammorbidire la cute con olio di vaselina o olio di semi o quello che avete in barca o in spiaggia.
Una volta ammorbidita la pelle, iniziare a fare pressione intorno al puntino, così come si fa con i brufoli e aiutare la fuoriuscita del frammento con una pinzetta da estetista.
Se non funziona o se è troppo profondo allora occorre intervenire più in profondità con un ago (anche da cucito) purchè sterilizzato (basta lasciarlo un attimo sotto la fiamma di un accendino). Con l’ago potrete “scavare” intorno al punto nero e smuovere il frammento per poi estrarlo come spiegato sopra. Non disperate se non viene fuori tutto. Nell’arco di qualche giorno l’organismo lo isolerà creando un piccolo callo intorno per proteggere il corpo (straordinario!) e successivamente lo espellerà da solo. Non ve ne accorgerete neanche. Il dolore scomparirà, anche se per qualche giorno potrete avere una leggera zoppia.
Che fare una volta estratti i frammenti di aculei? Beh se il danno non è stato grave, una sciacquata in mare e via. Se invece non è stata una passeggiata, allora è meglio dopo la disinfezione, una protezione con un calzare.
A questo proposito potete mettere delle ciabatte o i sandaletti di gomma se amate fare i bagni tra gli scogli. Come sempre è meglio prevenire.
Estate dolorosa 2: le meduse
A chi non è capitato di avvistare le meduse durante il bagno … in genere scatta subito il panico! Tutti a bordo in pochi istanti! Ed è certamente la soluzione migliore.
Infatti questi invertebrati planctonici di dimensioni varie, da pochi millimetri a due metri e mezzo, pur se veramente affascinanti e meravigliose, come è noto, nascondono una amara sorpresa.
La medusa è composta al 98% di acqua ed è importantissima nella catena alimentare e nell’equilibrio dell’habitat marino, infatti sono cibo per tartarughe marine, granchi, pesci e mammiferi marini. Purtroppo molti di questi animali predatori di meduse ingoiano sacchetti di plastica confondendoli per le loro prede (e qualche volta ci siamo confusi anche noi dalla barca, vero?) e muoiono spiaggiandosi … triste realtà.
Le meduse si possono incontrare praticamente ovunque, soprattutto se il meteo ha regalato venti leggeri di mare per giorni (Scirocco o Libeccio, o termiche) o in condizioni di calma piatta. Notoriamente infatti le meduse oltre ad avere un leggero moto proprio, si spostano spinte dal vento o dalle correnti. Spesso le si trovano in banchi e allora il bagno ovviamente è vivamente sconsigliato. Recenti studi hanno dimostrato però che alcune specie decidono dove andare.
In Mediterraneo ne esistono diversi tipi ma le più comuni sono tre o quattro. Le si può riconoscere dal colore. In genere quelle bianche, (Cotylorhiza) abbastanza grosse, con tentacoli corti, non sono particolarmente pericolose e ci potete giocare con un po’ di attenzione. Quelle invece rosa / violetto (Pelagia) sono urticanti e, seppur di piccola taglia (non superano i 10/15 cm di diametro) hanno tentacoli anche di 10 metri e potreste entrarvi in contatto senza vederla.
Il contatto con i loro filamenti (non tentacoli veri e propri) è molto urticante in quanto il filamento stesso è ricoperto da aghi infinitesimali che iniettano sotto la cute una potente tossina.
Ad ogni modo la più pericolosa dei nostri mari è la Physalia chiamata anche Caravella portoghese che ha filamenti anche di 30 metri il che rende impossibile la sua individuazione anche se ha già mietuto la sua vittima.
Entrare in contatto con quest’ultima è veramente pericoloso. Chi viene colpito avverte una fortissima scarica dolorosa, vomito, ansia, svenimenti, piaghe e cicatrici e, se la vittima non è dovutamente trattata, può rivelarsi letale in caso di allergia.
Siamo appassionati di bagni al largo? Allora vale la regola del compagno. Mai fare il bagno da soli. Inoltre è buona norma portarsi appresso un siluro da bagnino (tipo quello da bay-watch) con la bretella. Non vi impiccia nei movimenti e in caso di pericoli è un ottimo alleato. (lasciate che gli amici ridano) Inoltre una muta leggera da nuoto sarà un ottimo alleato.
Ma se nonostante tutte le precauzioni, siete incappati in un filamento di medusa, cosa bisogna fare?
Intanto uscire subito dall’acqua. Farvi assistere da qualcuno che possa rimuovere il filamento con una pinzetta e una lente di ingrandimento. Poi risciacquate la parte con acqua calda (il veleno è termolabile e il dolore si attenua). Se la medusa non è stata cattivissima, vi rimarranno i segni sulla pelle come quelli di un’ustione, che passeranno in qualche giorno. Sarebbe opportuno non prendere sole sulla parte colpita.
Ci sono teorie discordanti sull’ammoniaca, c’è chi la usa sempre (io quando gestivo uno stabilimento balneare tra vespe e meduse ne usavo una sporta), c’è chi dice che è controproducente. Il rimedio della nonna consiste nell’urinare sulla parte colpita per un duplice motivo, il primo è che l’orina contiene ammoniaca e il secondo è che è calda, ma secondo altre teorie è da evitare.
Interessante anche la voce wikipedia che parla di un danno anche a distanza di tempo, dermatiti ricorrenti:
“A volte le meduse possono provocare lesioni cutanee ritardate nel tempo. La reazione cutanea ritardata nel tempo rappresenta un’entità clinica seria nella quale si sviluppano lesioni di tipo eczematose a distanza di giorni o di mesi dopo il contatto con gli invertebrati, in questi casi si può anche ricorrere, quando particolarmente gravi, a terapie sperimentali con immunosoppressori. Talvolta le lesioni cutanee hanno carattere di dermatiti ricorrenti.”
Nella nostra cassetta del pronto soccorso non deve mancare la pomata da acquistare in farmacia.
Estate dolorosa 3: Tracine e scorfani
Se amate pescare alla traina mentre navigate o fare del bolentino di profondità su una secca, o se solamente amate gettare un amo con un’esca, non potete rimandare la conoscenza con i pesci velenosi dei nostri mari.
Anche in Mediterraneo abbiamo pesci con spine tossiche, talvolta mortali.
Il più comune pesce velenoso è la tracina o pesce ragno o ragna o aragna (dipende dalle zone, cambia leggermente il nome)
La tracina ama stare acquattata sul fondo sabbioso (da pochi centimetri a 150 metri di profondità) e insabbiarsi sino a lasciare fuori solo gli occhi e le spine dorsali, velenose appunto. Ovviamente non le tira fuori per noi, anzi, in genere scappano, come tutti gli animali, oppure si difendono se sentono aggredita la loro tana, ma talvolta la sfortuna si accanisce e ci mettiamo il piede sopra, oppure l’incauto sub scambia gli occhi per i sifoni dei cannolicchi e, nel tentativo di raccogliere il mollusco, si becca una puntura. Ahi Ahi … la spina buca la pelle e il veleno viene inoculato.
Il dolore è fortissimo e immediato nonchè progressivo e si estende rapidamente dalla zona colpita a tutto il corpo. Il picco si ha tra i 20 minuti e l’ora dopo la puntura. Il veleno, neurotossico ed emolitico (distrugge le molecole del sangue) è una proteina instabile e ancora poco conosciuta. Causa una iniziale ischemia alla parte colpita, seguita poi da ematoma e necrosi. In genere le parti colpite sono la pianta dei piedi per chi la calpesta, le mani per i pescatori che la trovano nella rete o non la riconoscono attaccata all’amo, o la pancia per i sub che fanno aspetto. In rari casi la tracina (che può raggiungere il mezzo metro di lunghezza) attacca l’uomo e allora la spina può conficcarsi ovunque, anche sul viso. È un veleno potente da non sottovalutare, anche perché il malore può essere così intenso che se siete in acqua c’è il rischio di annegamento perché si perdono i sensi e si scatena il panico per la parte di istamina presente nel veleno.
Ricordarsi che il veleno è ancora attivo anche se il pesce è morto e addirittura surgelato. (!)
Che fare? Intanto assolutamente da evitare di essere soli. Il soccorso di un compagno può fare la differenza tra la vita e la morte.
- Farsi aiutare, come detto. Il veleno può causare sincope.
- Pulire la ferita dai frammenti di spine e da frammenti di sporco per evitare infezioni secondarie (tetano)
- Immergere IMMEDIATAMENTE la parte in acqua calda (il veleno è termolabile) a 40 gradi.
- Attuare appena possibile una copertura antibiotica e una profilassi antitetanica in quanto le infezioni secondarie come il tetano, sono, insieme alla sincope, le cause primarie di morte dell’infortunato.
- Se necessario attuare una pratica rianimatoria (BLS)
Per quanto riguarda lo scorfano, valgono tutte le indicazioni presentate poc’anzi in quanto il veleno è della stessa categoria. L’unica vera differenza potrebbe essere quella che lo scorfano, essendo un ottimo pesce commestibile per zuppe sopraffine, potrebbe pungere anche il cuoco o chi fa la spesa. Se ricordate infatti, il veleno è attivo anche col pesce morto. (Alcuni scorfani li trovate al mercato che ancora boccheggiano) quindi fatevi tagliare le spine dal pescivendolo e maneggiateli con grande cura. Una volta cotto poi, come detto, non ci saranno problemi.
Ricordate inoltre che se lasciate che i vostri figli peschino dalla barca, potrebbero tirare su uno scorfano e non riconoscerlo. Non è un’evenienza rara ed è pericolosa.
Per quello che riguarda il pronto soccorso, al momento però vi sono due correnti di pensiero opposte che riguardano l’immersione in acqua calda. Pare che non sia la soluzione più indicata ma non ho trovato nessuno studio preciso al riguardo.
Lo skipper è la persona responsabile della sicurezza degli ospiti a bordo secondo il codice della navigazione e talvolta questo ha portato a condanne civili e penali. Si spera che almeno lui sia in grado di affrontare un’emergenza come questa, rara ma molto pericolosa. Non per niente gli skipper professionisti sono obbligati a frequentare un corso di pronto soccorso e sarebbe auspicabile che chi ha la patente a bordo non sia uno sprovveduto.
Estate dolorosa 4: Il colpo di sole, il colpo di calore e le ustioni da sole.
È una tiritera di ogni estate, ogni Tg ripete le stesse cose da decenni. Nelle ore più calde dovete stare al fresco ed evitate di prendere la tintarella.
Sembrano ovvietà da gossip. In realtà non è così in quanto le statistiche riportano tristemente che ogni anno solo in Italia ci sono decine di migliaia di ricoveri e di morti per malori legati alle alte temperature.
Io stesso, portando in giro ospiti in barca o da gestore di uno stabilimento balneare mi sono reso conto di quanto poco attente sono le persone alla questione dell’esposizione al sole. Ho visto decine di gentili signore ignorare ogni avvertimento e sdraiarsi al sole proprio nelle ore centrali della giornata.
Per fortuna solo in un caso è stato necessario il medico, ma l’allarme rimane e pare che debba sempre riguardare gli altri.
In barca il pericolo è ancora maggiore in quanto durante la navigazione la brezza e la nostra velocità ci fanno percepire un calore inferiore ma i raggi UVA e infrarossi agiscono comunque. E in più arrivano sulla pelle anche quelli della rifrazione dell’acqua.
Creme e protezioni sono utili (io personalmente le uso pochissimo) ma la precauzione migliore è senza dubbio la copertura. Quindi, durante la navigazione munitevi di occhiali, cappello a falde larghe, maglietta chiara a maniche lunghe (evitate il poliestere per quanto figo e optate per il cotone) e bermuda. Avrete sempre il tempo di spogliarvi per fare il bagno e di prendere il sole fuori dagli orari a rischio. Ricordate che la pelle ha una memoria pazzesca e a distanza di anni vi riproporrà o farà comparire piaghe, ustioni, dermatiti, melanomi, rughe, lentiggini e ferite anche vecchie.
Quali sono i sintomi di un eccesso di calore e come distinguere un colpo di calore da un colpo di sole? Ecco una breve sintesi:
Il colpo di sole comporta un aumento della temperatura corporea a causa dell’irradiazione solare e di una protezione inadeguata, e può associarsi a scottature sulla pelle o sul capo. Ciò può accadere anche in montagna, dove le temperature sono più basse ma picchia il sole.
Il colpo di calore, invece, può manifestarsi anche al chiuso o in assenza del sole, quando la temperatura esterna è molto alta ed è associata a un elevato tasso di umidità o alla mancanza di ventilazione, condizioni a cui l’organismo non riesce ad adattarsi. Come mostra la tabella seguente, i sintomi iniziali possono essere molto sfumati, conoscerli aiuta a comprenderne la gravità e a intervenire nel modo più opportuno. (fonte Nurse.it 118)
Quali sintomi compaiono e come riconoscerli per evitare il peggio (Coma e morte. Non si scherza):
| Cosa sento? | Perché mi sento così? | In che condizioni mi trovo? | Cosa posso fare? |
| Comparsa improvvisa di contrazioni muscolari intermittenti dolorose, sudorazione, frequenza cardiaca accelerata | Squilibrio di sali persi con il sudore | Crampi di calore | Spostarsi in un ambiente fresco, fare una doccia o bagno, assumere liquidi e frutta |
| Mal di testa, crampi muscolari, nausea vomito, intontimento, frequenza cardiaca accelerata | Grave perdita di acqua e sodio | Esaurimento da calore | Spostarsi in un ambiente fresco, fare una doccia o bagno, assumere liquidi e frutta. Se dopo 30 minuti i sintomi persistono, consultare il Medico |
| Cute calda, febbre alta, perdita di coscienza rigidità muscolare, difficoltà respiratorie, tachicardia, pressione bassa, convulsioni | Il corpo umano perde la capacita di mantenere e regolare la temperatura | Colpo di calore | Spostarsi in un ambiente fresco, chiamare il 118 |
E che dire agli appassionati di tintarella? Abbronzatura? Anche no, grazie.
Sarò noioso e agee… ma l’abbronzatura che per la “cultura” contemporanea è sinonimo di buona salute e uno “status”, in realtà fa male alla pelle. Molto male.
“… Sebbene considerata spesso sinonimo di buona salute e di una vita attiva e atletica, l’abbronzatura in sé non offre alcun beneficio per la salute e rappresenta, in realtà, un pericolo. Ogni esposizione alla luce ultravioletta A o B (UVA o UVB) può alterare o danneggiare la pelle: se prolungata, determina un danno cutaneo e aumenta il rischio di cancro della pelle.” (fonte: manuale MSD per pazienti)
In barca poi le cose si complicano perché come detto, il calore non si avverte per via del fresco sulla pelle e gli effetti possono essere devastanti. Anche se fate snorkeling nelle ore di pranzo con la convinzione che l’acqua vi possa proteggere, sbagliate di grosso. I raggi UV infatti passano senza problemi attraverso mezzo metro di acqua e se nuotate con maschera e boccaglio per una mezzora, potete ustionarvi la schiena tranquillamente. Non sottovalutate il sole. Meglio un po’ più bianchi e sani che abbronzati e candidati al melanoma.
Quindi seguito alcune informazioni preziose per non piangere dopo:
Barca? Certo! Ogni volta che è possibile, ma al riparo.
Buone vacanze a tutti.
